Gelati confezionati sempre più cari, prezzi in aumento del 40% e porzioni ridotte

In cinque anni rincari record per i gelati confezionati: pesano inflazione, shrinkflation e confezioni sempre meno convenienti

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

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Negli ultimi anni il gelato confezionato, simbolo per eccellenza dell’estate italiana, è diventato sempre meno “leggero” per il portafoglio. Secondo l’Istat, in cinque anni i prezzi sono aumentati del 39,6%, con un’accelerazione particolarmente evidente a partire dal 2022. Un trend causato dall’inflazione alimentare, che ha reso il caro gelati uno dei fenomeni più evidenti nel comparto dei beni di largo consumo. È quanto emerge da un’analisi di Altroconsumo.

L’impennata dei prezzi dal 2022

Il primo salto nei prezzi si registra nel 2022, quando i gelati confezionati segnano un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Un incremento importante, che trova conferma nel 2023 con un ulteriore +16%. In due anni, quindi, si concentra gran parte della crescita recente.

Questo andamento si inserisce in un contesto più ampio di inflazione alimentare: nel 2022 i prezzi del cibo sono cresciuti mediamente dell’8,8%, mentre nel 2023 del 9,8%. Tuttavia, i gelati hanno fatto registrare aumenti ancora più marcati, segnale di dinamiche specifiche del settore. Tra le principali cause figurano:

  • la crisi energetica, che ha aumentato i costi di produzione e conservazione;
  • i rincari delle materie prime, in particolare cacao e latticini;
  • le difficoltà logistiche post-pandemia, con effetti sulle catene di approvvigionamento;
  • strategie commerciali differenziate tra marchi, non sempre trasparenti.

Il caso della shrinkflation

Accanto all’aumento dei prezzi, i consumatori segnalano un altro fenomeno sempre più diffuso: la shrinkflation. Si tratta della riduzione delle quantità all’interno delle confezioni, a fronte di prezzi invariati o in crescita.

Nel caso dei gelati, diversi prodotti molto diffusi hanno subito una riduzione di peso negli ultimi anni:

  • Magnum Classic: da 79 a 75 grammi;
  • Coppa del Nonno: da 72 a 65 grammi;
  • Maxibon: da 102 a 96 grammi.

Questa diminuzione incide direttamente sul prezzo reale pagato dal consumatore. Anche se il costo per singolo pezzo può sembrare simile, il prezzo al chilo aumenta in modo significativo. Ad esempio, rispetto al 2021:

  • il Maxibon registra un rincaro fino al 53% al chilo;
  • la Coppa del Nonno sale del 38%;
  • il Magnum Classic del 32%.

Un aspetto rilevante è che la riduzione delle porzioni non comporta benefici nutrizionali significativi. Calorie e contenuto di grassi restano spesso invariati, segno che la scelta è più economica che salutistica.

Aumenti anche a formato invariato

Attribuire tutto alla shrinkflation sarebbe però riduttivo. Molti prodotti hanno mantenuto lo stesso formato ma hanno comunque registrato rincari importanti, in alcuni casi superiori al 70% al chilo. Le differenze tra marchi e prodotti risultano particolarmente marcate:

  • per i coni c’è stata una crescita del 20% di alcune private label fino a quasi +60% per marchi noti;
  • gli stecchi ricoperti sono aumentati dall’11% fino al 75% in base al brand;
  • i prodotti premium registrano un incremento più elevato anche senza variazioni di peso.

Queste discrepanze rendono difficile individuare una logica univoca nei rincari, tanto da spingere anche l’Autorità Antitrust ad approfondire il fenomeno.

Il nodo della trasparenza e dei formati

A complicare ulteriormente il quadro c’è la varietà dei formati disponibili sugli scaffali. Confezioni diverse dello stesso prodotto possono contenere quantità differenti, rendendo più difficile il confronto immediato.

Un caso emblematico è quello dei cornetti Algida, disponibili in confezioni da sei pezzi da 75 grammi oppure da otto pezzi da 60 grammi. Nonostante la differenza di peso, il prezzo al chilo della seconda può risultare addirittura più alto. Questo induce il consumatore a credere di risparmiare quando, in realtà, il prezzo al chilo è più elevato.