Crisi dei pinoli italiani, sempre più cari e rari: una specie aliena distrugge le pinete

Il focolaio toscano ha superato i 770 ettari: crolla la produzione nazionale e il mercato dipende sempre più dalle importazioni

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Mirko Ledda

Editor e fact checker

Scrive sul web dal 2005, come ghost writer e debunker di fake news. Si occupa di pop economy, tecnologia e mondo digitale, alimentazione e salute.

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Continua la moria dei pini domestici in diverse parti d’Italia, con gravi ripercussioni su una delle eccellenze della filiera agroalimentare nostrana. Il pinolo italiano, prodotto già raro e costoso, è in affanno. A fine luglio il Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, ha riferito che il focolaio di cocciniglia tartaruga del pino nell’area di Tirrenia-Pisa ha raggiunto 770 ettari. Quest’estensione non permette più l’eradicazione del parassita che sta distruggendo le pinete. Ma questa è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che rischia di trasferirsi presto sulle tasche dei consumatori.

Cos’è la cocciniglia tartaruga del pino

La cocciniglia tartaruga del pino (Toumeyella parvicornis) è un insetto di origine nordamericana, osservato per la prima volta in Europa in Campania nel 2014.

Si insedia su germogli, rametti e aghi del pino, soprattutto del pino domestico (Pinus pinea), la specie da cui si ricavano i pinoli, sottraendo linfa e producendo abbondante melata. Su questa si sviluppano le fumaggini, un insieme di funghi scuri che ricoprono la chioma e ne riducono la capacità fotosintetica.

Sommati, sottrazione di linfa, secrezioni degli insetti e fumaggini portano al deperimento e, nelle infestazioni più intense, alla morte della pianta, che diventa anche più esposta ad altri organismi nocivi.

Dopo la Campania, il parassita alieno è stato rilevato nel Lazio nel 2018, in Abruzzo e Puglia nel 2021, in Toscana, a Firenze nel 2022 e a Tirrenia nel 2023. Focolai più recenti sono stati osservati nelle Marche. È presente in Francia dal 2021 e in Albania dal 2023.

Il contrasto alla cocciniglia è disciplinato dal decreto ministeriale del 3 giugno 2021, emanato dal Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (oggi Masaf), che impone aree delimitate con zona cuscinetto di almeno 5 chilometri, la distruzione delle piante irrimediabilmente compromesse, trattamenti con prodotti autorizzati e limiti alla movimentazione del materiale infestato, distinguendo tra strategie di eradicazione e di contenimento.

Perché il pinolo italiano è raro e caro

La crisi del pinolo nostrano è cominciata prima della cocciniglia.

Un ruolo di primo piano l’ha avuto la cimice americana delle conifere (Leptoglossus occidentalis), arrivata in Italia a fine anni Novanta, che perfora gli strobili (il nome corretto per le pigne) e danneggia i semi in formazione, riducendo la resa in pinolo.

A questo si sommano il cambiamento climatico, la gestione delle pinete e, adesso, il deperimento degli alberi causato da Toumeyella.

Il risultato è un seme tra i più cari della frutta secca. Al dettaglio il pinolo italiano sgusciato supera i 60 euro al chilo, molto sopra mandorle, noci e pistacchi.

Non sono solo le specie aliene ad aver fatto aumentare i prezzi al dettaglio del Made in Italy: pesano i costi di lavorazione, imballaggio e trasporto, in aumento da anni e aggravati dai rincari su materie prime e carburanti.

Chiudono le fabbriche e si importa di più

Ad agosto 2026 è arrivato l’annuncio della chiusura della Pinus Pinea di Fregene, erede di una fabbrica di pinoli la cui storia risaliva al 1945. A fermare la produzione sarebbe la scarsità di pigne provocata dalla crisi delle pinete del litorale, il colpo finale per un’attività già logorata da decenni di concorrenza delle importazioni.

Con la produzione interna in calo, il mercato italiano dipende sempre più dall’estero.

Sul commercio europeo di pinoli sgusciati pesa soprattutto la Cina, seguita da Turchia, Russia e Mongolia, spesso con semi di specie diverse dal pino domestico mediterraneo. La scomparsa della produzione italiana ha effetti sulla varietà, l’identità territoriale e la disponibilità di prodotto nazionale, oltre che sui posti di lavoro sul territorio.

La coccinella anti-cocciniglia per salvare i pini

Nel breve periodo lo strumento più usato sugli alberi trattabili è l’endoterapia, l’iniezione di insetticida nel tronco.

In Toscana è ammessa, in alternativa all’abbattimento, per le piante con diametro di almeno 15 centimetri. Quelle più piccole o irrimediabilmente compromesse vanno rimosse. Non è però una vera soluzione e non è applicabile su larga scala.

La strada nuova è la lotta biologica. Il 30 luglio 2026, nel boschetto della Mostra d’Oltremare di Napoli, è stato effettuato il primo rilascio sperimentale al mondo di Thalassa montezumae, un coleottero della famiglia delle coccinelle e predatore della cocciniglia tartaruga, individuato in ricerche condotte nelle isole caraibiche di Turks e Caicos ma originario del Nord America meridionale.

Esemplari di Thalassa montezumae liberati in Campania
CREA
Esemplari di Thalassa montezumae liberati in Campania

Circa 100 esemplari sono stati liberati su 15 pini e 15 essenze ornamentali. L’intervento è stato realizzato dal Crea Difesa e Certificazione, nell’ambito di un progetto che ha visto la collaborazione di Masaf, Mase, Servizio fitosanitario della Regione Campania e l’Università Federico II.

Serviranno monitoraggi pluriennali per capire se il predatore riuscirà a insediarsi, a contenere la cocciniglia e a non produrre effetti indesiderati su altre specie. Il primo controllo sul campo è atteso all’inizio di settembre 2026.

Fino ad allora le pinete continueranno a diradarsi e il pinolo italiano resterà un prodotto di nicchia, con il mercato interno in mano alle importazioni e un’eccellenza italiana che rischia di sparire per sempre.