Arrivano sempre più mandorle dall’estero, crisi nei campi italiani: cosa sta succedendo

In vent'anni la produzione italiana è calata del 29,7% mentre le importazioni sono più che raddoppiate: nel 2025 l'import quasi eguaglia i campi

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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Le mandorle italiane si trovano davanti a una situazione apparentemente paradossale, perché mentre il mercato della frutta in guscio continua a crescere, nei nostri campi si producono sempre meno. Non si tratta soltanto di una cattiva annata o di una temporanea difficoltà produttiva. I numeri raccontano una trasformazione più profonda della filiera, che per far fronte alla domanda crescente ha visto aumentare sempre di più l’importazione di prodotti dall’estero.

Di quanto è diminuita la produzione di mandorle in Italia

Secondo i dati pubblicati dall’Istat il 4 settembre 2026, la produzione italiana di mandorle è diminuita del 29,7% tra il 2006 e il 2025, mentre nello stesso periodo le importazioni dall’estero sono aumentate del 144,3%. Nel 2025 sono state importate 777 mila quintali di mandorle, quasi quanto i 793 mila quintali prodotti in Italia.

I quantitativi acquistati sui mercati esteri, quindi, sono arrivati a rappresentare un volume quasi equivalente a quello ottenuto complessivamente nei campi italiani. Eppure l’Italia continua ad avere importanti aree dedicate alla produzione di mandorle e vanta varietà legate alla tradizione agricola e gastronomica nazionale uniche, ma la filiera made in Italy non riesce più a soddisfare la domanda facendo affidamento soltanto sull’offerta interna.

Perché le mandorle italiane diminuiscono?

Secondo la lettura proposta dall’Istat, non tutte le aziende riescono a sostenere i costi e le condizioni necessarie per mantenere invariata la produzione. Per questo motivo, in un mercato caratterizzato da una crescente concorrenza internazionale, molte realtà hanno deciso di ridurre le superfici coltivate o abbandonare progressivamente determinate produzioni, perché considerate meno redditizie.

Nel caso delle mandorle, inoltre, alla diminuzione della produzione nazionale si è accompagnata una crescita della resa del 5,1%. Questo significa che il sistema sembra muoversi verso una concentrazione della produzione nelle realtà considerate più efficienti, anche se il risultato complessivo è una riduzione dell’offerta nazionale.

Da dove vengono le mandorle che mangiamo?

Secondo i dati presentati da Ismea al Sigep di Rimini a gennaio 2026, la frutta in guscio rappresenta uno dei comparti più dinamici dell’agroalimentare italiano. Nel 2025, infatti, gli acquisti di frutta in guscio confezionata hanno superato 1,1 miliardi di euro, con una crescita del 13% rispetto al 2024. Anche i volumi acquistati sono aumentati del 6% rispetto all’anno precedente, superando gli 89 milioni di chilogrammi. Per quanto riguarda le mandorle, in particolare, nel 2025:

  • 793 mila quintali sono stati prodotti in Italia;
  • 777 mila sono stati importati.

La mandorla non viene consumata soltanto come frutto secco, ma è una materia prima utilizzata in numerosi comparti (dalla pasticceria alla gelateria, fino alle creme, ai prodotti da forno e alle preparazioni della tradizione italiana). Di conseguenza, poiché l’aumento della domanda da parte dell’industria non si è tradotto automaticamente in una crescita della produzione agricola nazionale, per l’industria alimentare e per gli operatori della trasformazione, acquistare un prodotto proveniente dall’estero è stata una necessità legata a:

  • disponibilità;
  • continuità delle forniture;
  • volumi richiesti;
  • competitività dei prezzi.

Quanto valgono oggi le mandorle italiane?

I prezzi medi in Italia delle mandorle in guscio, rilevati ad agosto 2026, mostrano valori differenti a seconda delle varietà:

  • le Fascionello hanno un prezzo medio all’origine che si attesta a 1,95 euro al chilogrammo;
  • le Pizzuta raggiungono i 2,10 euro;
  • le Romana si collocano a 1,63 euro al chilogrammo;
  • le Tuono a 1,90 euro.

Il prodotto nazionale mantiene quindi un proprio valore, ma la vera sfida oggi consiste nel riuscire a trasformare questo valore in maggiore redditività per le aziende agricole e, di conseguenza, in una maggiore capacità del sistema nazionale di rispondere alla domanda.

La crescita delle importazioni non significa necessariamente che la filiera italiana sia destinata a scomparire. Piuttosto, evidenzia la necessità di distinguere tra prodotto italiano destinato alla valorizzazione premium e materia prima utilizzata dall’industria per soddisfare una domanda crescente in termini quantitativi.