La crisi delle arance italiane continua. A minacciare la filiera del Made in Italy non sono più soltanto i raccolti difficili o le condizioni climatiche avverse, ma una produzione che riesce a fatica a stare dietro alle richieste di mercato, la pressione della grande distribuzione, l’aumento dei costi e la concorrenza internazionale.
Arance made in Italy: qual è la situazione in Italia
Secondo l’ultimo report Istat sulle produzioni agricole, pubblicato il 4 settembre 2026, la situazione delle arance italiane è critica soprattutto sul fronte della produzione e delle rese. In particolare, da quello che è emerso, dal 2006 al 2025:
- la produzione di arance in Italia è diminuita del 23,7%;
- mentre la resa per ettaro è scesa del 7,6%.
Con il passare del tempo, quindi, sono diminuiti i terreni destinati agli aranceti e, quei pochi rimasti, sono diventati meno produttivi. Se si considera che l’Italia produce quasi un terzo di tutte le arance coltivate nell’Unione europea (il 30,5% della produzione dell’Ue27), è facile capire perché questo trend negativo assume un rilievo che va oltre la dimensione locale. Gli aranceti italiani sostengono infatti filiere occupazionali importanti (raccolta, trasformazione, logistica, indotto agroalimentare) e loro contrazione mette a rischio posti di lavoro e reddito in aree già economicamente fragili.
Di quanto sono calati i consumi
A complicare le cose anche il calo della domanda interna di arance. Secondo le elaborazioni del Cso Italy su dati YouGov, nel 2024 gli acquisti al dettaglio si sono fermati a circa 344 mila tonnellate, registrando una diminuzione del 3% rispetto al 2023 e del 33% rispetto al 2020, quando i volumi avevano superato quota 490 mila tonnellate.
La pandemia aveva favorito un autentico boom del consumo di agrumi, anche per la percezione dell’arancia come alimento ricco di vitamina C e associato a un’alimentazione salutare. Ma quella spinta si è rivelata temporanea. Nel frattempo il mercato è cambiato e, dal 2024:
- il valore degli acquisti al dettaglio è stato di circa 540 milioni di euro, in diminuzione del 4% annuo:
- il prezzo medio si è attestato intorno a 1,60 euro al chilogrammo, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma superiore del 12% rispetto al 2020.
L’aumento dei costi non ha però compensato la perdita dei volumi, perché chi compra spende di più ma compra di meno. Mentre nel 2020 l’80% delle famiglie acquistata arance durante l’anno, oggi la percentuale è scesa al 71%.
La grande distribuzione cambia il mercato
Un altro elemento che sta mettendo sotto pressione il comparto è il modo in cui le arance arrivano al consumatore. La grande distribuzione organizzata intercetta circa l’80% dei volumi complessivi. I supermercati rimangono il principale canale, anche se nel 2024 hanno registrato una flessione del 5%, mentre i discount hanno aumentato i volumi del 10%. Questo significa che la competizione si gioca sempre più su:
- prezzo;
- standardizzazione dell’offerta;
- continuità delle forniture;
- capacità di garantire quantitativi sufficienti per tutto il periodo commerciale.
Ed è proprio su questo terreno che gli imprenditori del settore agrumicolo italiano fanno più fatica, poiché non sempre riescono a presentarsi sul mercato con una forza contrattuale adeguata, lasciando spazio alla concorrenza estera.
Da dove vengono le arance che mangiamo
Mentre la produzione italiana diminuisce, l’Italia continua a importare quantità significative di arance dall’estero, poco più di 153 mila tonnellate, circa il 10% del prodotto annualmente disponibile sul mercato nazionale. Secondo i dati Cso, nel 2024:
- il principale fornitore è stata la Spagna, con poco meno di 50 mila tonnellate;
- subito dietro si è posizionato il Sudafrica, con oltre 42 mila tonnellate e una crescita del 12% sul 2023;
- sono invece arrivate circa 30 mila tonnellate dall’Egitto.
Questi primi tre fornitori hanno coperto quasi l’80% dalle quota delle arance importate e, nel 2025, hanno superato le 88 mila tonnellate, con una crescita del 18% rispetto al 2024. Mentre però le spedizioni dalla Spagna sono aumentate del 55%, quelle dall’Egitto sono diminuite dell’8%.
Sul fronte opposto, l’Italia continua a esportare arance, ma soltanto il 5-7% della produzione nazionale non basta. Il rischio è che produrre arance diventi economicamente poco conveniente proprio nelle aree dove questo frutto rappresenta una componente storica dell’economia agricola.