UE insorge: bisogna aumentare gli stipendi degli insegnanti Italiani

Gli stipendi degli insegnanti italiani sono la causa della scarsa competitività del nostro sistema economico. Lo sostiene l'UE

Giorni di raccomandazioni targate Unione Europea, per il governo italiano. Dopo la discussione nata sui mini-Bot e sul deficit per il prossimo anno, i vertici continentali bacchettano l’Italia anche sugli insegnanti.

In attesa che il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca indichi il maxi-concorso per docenti delle scuole di ogni ordine e grado (il bando dovrebbe essere pubblicato nel mese di luglio, ma dal Miur non arrivano notizie in merito), da Bruxelles arrivano indicazioni ben precise sul trattamento economico degli insegnanti. Secondo l’Unione Europea, c’è una relazione diretta tra la qualità dell’istruzione del nostro Paese e la produttività “tendenzialmente stagnante” dei lavoratori italiani.

La situazione, in particolare “è dovuta alle debolezze del sistema di istruzione e formazione e alla scarsità della domanda di competenze elevate. Migliorare, quindi, la qualità del sistema di istruzione e formazione rappresenta una sfida importante”. Servirebbe quindi investire nel settore dell’istruzione, così da poter attirare insegnanti più preparati e qualificati e motivarli con un salario più elevato rispetto a quelli attuali (secondo un recente sondaggio AlmaLaurea, i titoli legati all’insegnamento sono quelli che assicurano gli stipendi mensili più bassi).

Insomma, uno scenario piuttosto preoccupante, che assume tinte ancora più fosche quando si paragona il livello retributivo e professionale dei docenti italiani con quello degli insegnanti dei Paesi europei. Gli stipendi, si legge nella lettera di raccomandazioni inviata dall’UE all’Italia, “rimangono bassi rispetto agli standard internazionali e rispetto ai lavoratori con un titolo di istruzione terziaria. Le retribuzioni crescono più lentamente rispetto a quelle dei colleghi di altri Paesi e le prospettive di carriera sono più limitate, basate su un percorso di carriera unico con promozioni esclusivamente in funzione dell’anzianità anziché del merito”.

Ed è proprio questo uno dei punti dirimenti: la scarsa competitività e la scarsa meritocrazia intrinseca del sistema scolastico e del sistema di insegnamento del nostro Paese. Un ostacolo di primaria importanza, sia per il reclutamento di nuova forza lavoro sia per incentivare il miglioramento di chi già vi lavora. Ormai da diverso tempo la scuola italiana non riesce più a suscitare l’interesse di personale altamente qualificato, che preferisce dedicarsi ad attività professionali più gratificanti e stimolanti. Gratificazione e stimoli sono però carenti anche per chi svolge già questa professione.

C’è da dire, tuttavia, che già gran parte del bilancio del Miur (da 40 miliardi annui) se ne va per gli stipendi dei docenti. Stando agli ultimi dati disponibili, gli 800 mila docenti italiani costano alle casse dello stato 35 miliardi di euro, ossia il 90% del totale. Lo spazio di manovra per garantire aumenti stipendiali, insomma, è molto limitato, a meno che non si decida di aumentare gli investimenti all’istruzione, con vantaggi per tutte le categorie del comparto.

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