Permesso di soggiorno e lavoro unico in 90 giorni, via alla riforma: i nuovi obblighi

Meno burocrazia, più tutele e tempi certi con il nuovo permesso unico Ue per lavoro e soggiorno: le novità per lavoratori e imprese

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Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

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In una recente riunione, il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame preliminare un decreto legislativo di attuazione della direttiva Ue 2024/1233, in tema di semplificazione dei permessi di soggiorno. Il nuovo provvedimento stabilisce una procedura unica di domanda per il rilascio del documento che consente ai cittadini di Paesi extracomunitari di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato Ue.

L’intervento normativo si inserisce nel più esteso scenario delle politiche europee, orientate a sburocratizzare le procedure amministrative, garantendo un nucleo comune di diritti ai lavoratori di altri continenti che soggiornano regolarmente nel territorio comunitario. Vediamo allora i punti chiave di un decreto atteso e assai utile per la gestione dei rapporti lavorativi con stranieri.

Cosa prevede la riforma del permesso di soggiorno

Modificando la disciplina della precedente direttiva Ue 2011/98, la direttiva Ue 2024/1233 è entrata in vigore da due anni. Deve essere recepita dagli Stati membri entro il 21 maggio 2026.

Oltre a fissare l’obbligo di adottare una più semplice procedura unica per il rilascio del permesso di soggiorno e lavoro, vuole uniformare le regole dei Paesi membri. Per questo indica un insieme comune di diritti per i lavoratori di Paesi terzi, regolarmente soggiornanti in Europa.

In ogni caso, resta ferma la competenza degli stati membri in tema di programmazione dei flussi di ingresso, come previsto da tempo dalle norme europee. Inoltre ogni Paese Ue, con le sue regole interne di attuazione della direttiva, può liberamente stabilire se la domanda debba essere presentata dal lavoratore o dal datore di lavoro.

Permesso di soggiorno in 90 giorni e iter semplificato

Almeno in Italia, sul piano organizzativo, la domanda di permesso unico continua a essere presentata dal datore di lavoro o da un suo delegato. La gestione delle domande resta in capo al Ministero dell’Interno e l’attuazione delle nuove regole avverrà senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, utilizzando le risorse già disponibili.

Uno degli elementi chiave della riforma riguarda la semplificazione dell’iter amministrativo. E con tempi certi, perché il decreto legislativo fissa in 90 giorni il termine massimo per la conclusione della procedura di rilascio del permesso unico soggiorno-lavoro. Questo vale salvo casi eccezionali, che dovranno essere adeguatamente motivati dagli interessati.

Si tratta di una riduzione significativa dei tempi, pensata appositamente per rendere il sistema più efficiente, prevedibile e trasparente, sia per i lavoratori stranieri sia per le imprese.

Inoltre, in un’ottica di maggior elasticità, il decreto legislativo attuativo della direttiva Ue estende da 60 a 90 giorni i termini ordinari per il rinnovo del permesso di soggiorno.

Il nuovo obbligo di trasparenza per le aziende

La nuova disciplina nazionale punta a favorire una più corretta integrazione nel mercato del lavoro, una maggiore libertà contrattuale e una tutela effettiva della dignità del lavoratore straniero.

Ecco perché, tra le principali novità, figura anche l’introduzione di uno specifico obbligo di trasparenza in capo al datore di lavoro. Infatti, quest’ultimo sarà tenuto a:

  • informare tempestivamente il lavoratore straniero di ogni comunicazione relativa al procedimento di rilascio del permesso (con particolare riferimento al nulla osta);
  • dare indicazioni complete sulle condizioni di ingresso e soggiorno per lavoro, sui documenti richiesti e sulle garanzie procedurali previste, anche per i familiari.

La misura mira evidentemente a potenziare l’informazione, ridurre le zone d’ombra e rafforzare la posizione del dipendente straniero. Parallelamente, si riduce il rischio di violazioni di legge e di pratiche elusive a danno di chi arriva dall’estero per lavorare in Italia.

Il passaggio a un diverso datore di lavoro

Un altro aspetto interessante riguarda la maggiore mobilità nel mercato del lavoro. Infatti, il titolare del permesso unico potrà cambiare datore di lavoro nel corso della validità del titolo di soggiorno, a condizione che sia effettuata una comunicazione alle autorità competenti.

È una facoltà che consente allo straniero di uscire da situazioni di dipendenza dall’azienda, e nei casi peggiori, di sfruttamento e caporalato.

Tutela in caso di disoccupazione

Il provvedimento approvato dal Consiglio dei Ministri interviene anche sulla fase, particolarmente delicata, della perdita del lavoro da parte dello straniero. Infatti, il permesso unico non sarà revocato automaticamente in caso di disoccupazione.

In funzione di garanzia e tutela dei diritti dei cittadini di Paesi terzi, allo straniero è così riconosciuta la possibilità di rimanere sul territorio nazionale per almeno 3 mesi al fine di cercare una nuova occupazione e un nuovo reddito dopo la fine del rapporto.

È una previsione che rafforza la continuità del soggiorno regolare, riduce il rischio di scivolamento nel lavoro nero ed è un importante strumento di contrasto allo sfruttamento lavorativo.

A ben vedere, anche questa facoltà mira a favorire un’integrazione regolare e sostenibile, in linea con gli standard europei.

Che cosa succede ora

Il testo del decreto legislativo è stato approvato in esame preliminare, ma già ora l’impianto normativo tracciato evidenzia un significativo cambiamento per il sistema dell’immigrazione per lavoro in Italia.

La fase successiva prevede i passaggi in Parlamento, prima dell’adozione definitiva. Le commissione di Camera e Senato dovranno esprimere un parere prima del via libera finale. Tornerà poi in Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva e l’entrata in vigore.

In un periodo storico in cui il tema migranti comporta delicati interrogativi, questo decreto si rende necessario per garantire soggiorni regolari, l’apporto di forza lavoro dall’estero (si pensi ad esempio ai tanti rider stranieri) e il rispetto dei diritti dei lavoratori nel contratto.