Quasi metà delle assunzioni resta scoperta, per il 46% dei contratti non c’è personale

Secondo l'ultimo report del Cnel su 100 posti di lavoro 46 restano scoperti perché la domanda di forza lavoro non coincide con l'offerta

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Il mercato del lavoro italiano si trova di fronte a un paradosso sempre più evidente: molte imprese non riescono a trovare lavoratori con le competenze richieste, dall’altro cresce l’inoccupazione giovanile. Una fotografia piuttosto scoraggiante quella che emerge dal secondo report elaborato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Secondo lo studio 46 contratti su 100 risultano difficili da coprire: quasi la metà delle posizioni ricercate dalle imprese resta quindi senza candidati adeguati.

Perché le imprese faticano a trovare lavoratori

Alla base di questa situazione c’è un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, cioè tra le competenze richieste dalle imprese e quelle disponibili nel mercato. Il report Cnel analizza questo divario utilizzando i dati del sistema informativo Excelsior e le statistiche dell’Istat per comprendere come evolvono i fabbisogni occupazionali.

Molte aziende, come anche tantissimi enti statali, cercano figure tecniche specializzate o professionisti con competenze specifiche. Una parte dei candidati possiede qualifiche diverse o non allineate alle richieste. Questo squilibrio rende più lungo e complesso il processo di selezione, con effetti diretti sull’organizzazione e sulla competitività delle imprese.

Meno giovani disoccupati ma anche meno occupati: un paradosso

Sono tanti i giovani che potrebbero entrare nel mercato del lavoro ma che, per vari motivi, restano ai margini. I dati più recenti mostrano infatti una dinamica particolare. Nel terzo trimestre del 2025 l’occupazione giovanile è diminuita del 3,5% su base annua, ma nello stesso periodo la disoccupazione è scesa del 4,7% per la stessa fascia di età. Questo apparente miglioramento corrisponde quindi a una crescita dello stato di inattività, che è aumentata del 4%.

In molti casi si tratta di studenti ancora impegnati nel percorso formativo, ma tra gli inattivi figurano anche giovani scoraggiati o persone che non riescono a trovare opportunità professionali adeguate alle proprie competenze.

In Italia si lavora più facilmente con il diploma

Dietro questi numeri si nascondono dinamiche diverse anche in base al livello di istruzione. Il calo dell’occupazione riguarda soprattutto i giovani con laurea o titoli post-laurea, in particolare nelle regioni del Centro e del Nord Italia.

Al contrario, i diplomati mostrano una maggiore stabilità occupazionale. Questo dato riflette la forte domanda di figure tecniche e operative nei settori del commercio e dei servizi.

Questa differenza potrebbe essere connaturata alle caratteristiche del sistema produttivo italiano. Un’analisi dell’Oecd evidenzia che nel mercato del lavoro italiano molti lavoratori svolgono mansioni non pienamente coerenti con il proprio livello di istruzione. Questo fenomeno è spesso legato alla struttura del sistema produttivo e alla dimensione ridotta di molte imprese, che tendono a utilizzare meno competenze avanzate rispetto ad altre economie europee.

Conclusioni simili emergono anche da uno studio pubblicato su Applied Economics da Di Pietro e Urwin. La ricerca mostra come una parte dei laureati italiani finisca per occupare posizioni che in passato erano svolte da lavoratori con livelli di istruzione più bassi, senza che questo abbia comportato un aumento delle competenze richieste o delle retribuzioni. Il risultato è un fenomeno di sovraistruzione, che rende più instabili i percorsi occupazionali dei giovani laureati.

Anche tra i giovani esiste il gender gap

Accanto alle differenze legate all’istruzione emergono anche significativi divari di genere. Nel terzo trimestre del 2025 il tasso di disoccupazione tra i giovani uomini è sceso al 9,6%, mentre tra le giovani donne è salito fino all’11,4%.

Il report segnala inoltre un aumento della disoccupazione giovanile di lunga durata, che colpisce soprattutto la componente femminile e rende ancora più difficile il reinserimento nel mercato del lavoro.

Fino a quattro mesi e mezzo per trovare il candidato giusto

Le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro hanno conseguenze operative per le imprese. Secondo il report, per trovare i profili professionali più difficili le aziende impiegano in media circa 4,5 mesi.

In alcuni comparti i tempi possono essere ancora più lunghi. Settori come le costruzioni, l’industria metalmeccanica e alcune attività legate alle tecnologie digitali registrano maggiori difficoltà di reclutamento.

Cosa potrebbe sbloccare l’inserimento di nuova forza lavoro nelle aziende italiane

Il report sottolinea la necessità di rafforzare il collegamento tra formazione e lavoro, riducendo la distanza tra competenze richieste e competenze disponibili.

Non era di certo l’intenzione del report del Cnl affrontare i motivi della proverbiale riluttanza di tanti titolari d’azienda a formare un dipendente con poca o senza esperienza lavorativa. Al netto di tantissimi incentivi statali nell’ultimo decennio, sembra che investire sul proprio personale dipendente, anche attraverso salari corrispondenti alla potenziale professionalizzazione, sia una direzione non perseguibile.