Quanti soldi mettere da parte nel fondo di emergenza con la regola dei 3 mesi

L'obiettivo previsto dall'Ocse è coprire 3 mesi di spese: quanto accantonare, in quanto tempo e dove tenere il fondo di emergenza

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Mirko Ledda

Editor e fact checker

Scrive sul web dal 2005, come ghost writer e debunker di fake news. Si occupa di pop economy, tecnologia e mondo digitale, alimentazione e salute.

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Quanti soldi tenere da parte in caso di imprevisti? Esiste una soglia usata a livello internazionale per misurare la cosiddetta resilienza finanziaria. Secondo l’indagine Ocse/Infe del 2023 sull’alfabetizzazione finanziaria degli adulti, il parametro di riferimento è la capacità di coprire le proprie spese di vita per almeno 3 mesi in caso di perdita del reddito principale. Nei Paesi coinvolti dall’inchiesta, tuttavia, solo il 43% degli adulti ha dichiarato di riuscirci.

Cos’è il fondo di emergenza

Il fondo di emergenza è una riserva di liquidità dedicata soltanto agli imprevisti, come la caldaia che si rompe, una spesa sanitaria improvvisa, l’auto ferma dal meccanico, un periodo di lavoro più magro del solito. Non coincide con i risparmi per le vacanze o per l’auto nuova, che rispondono a obiettivi programmati.

Ha dunque una funzione difensiva. Serve a evitare che una singola spesa si trasformi in un debito, in un prestito o nella vendita affrettata di un immobile.

Quanto bisogna tenere da parte

Come detto, l’Ocse individua come parametro di resilienza finanziaria la capacità di riuscire a sostenere le spese essenziali per almeno 3 mesi senza ricorrere a prestiti o all’aiuto di familiari.

La misura si aggancia alle spese e non dipende dunque dallo stipendio o dal reddito. Deve essere calcolata sulle uscite: affitto o mutuo, bollette, spesa alimentare, trasporti, salute.

Se le spese essenziali di una famiglia valgono 1.500 euro al mese, la soglia dei 3 mesi corrisponde a circa 4.500 euro.

Chi ha entrate variabili, ad esempio è un lavoratore autonomo, o ha un solo reddito in casa dovrebbe alzare l’obiettivo ben oltre i 3 mesi, arrivando a coprire fino a 6 mesi o addirittura un anno di spese.

Gli italiani non riescono a risparmiare

I dati ufficiali dicono che le famiglie italiane faticano a risparmiare.

Secondo l’Istat, nel primo trimestre 2026 la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata dell’8%. Su 2.000 euro di reddito disponibile significa circa 160 euro accantonati al mese.

Sul fronte della fragilità, sempre l’Istat rileva che nel 2025 la grave deprivazione materiale e sociale, che comprende l’incapacità di far fronte a spese impreviste, ha riguardato il 5,2% della popolazione, in crescita dal 4,6% del 2024. Parliamo di oltre 3 milioni di persone.

Pesa anche il nodo delle competenze. L’indagine della Banca d’Italia sull’alfabetizzazione finanziaria degli adulti assegna all’Italia 10,7 punti su 20 nel 2023, con l’orientamento al risparmio precauzionale tra i comportamenti più deboli.

Quanto bisogna accantonare ogni mese

Il modo migliore di ragionare è partire dall’obiettivo e darsi un orizzonte temporale e una quota mensile sostenibili.

Se le spese essenziali valgono 1.500 euro al mese, la soglia dei 3 mesi è 4.500 euro. Tre ipotesi potrebbero essere:

  • 150 euro al mese in 30 mesi (due anni e mezzo);
  • 250 euro al mese in 18 mesi (un anno e mezzo);
  • 375 euro al mese in 12 mesi (un anno).

Un riferimento per fissare la quota è la regola del 50/30/20, che destina il 20% del reddito netto a risparmio e riduzione dei debiti.

Su uno stipendio di 1.600 euro netti si tratta però di ben 320 euro al mese.

Non è obbligatorio partire con quote così alte. Meglio una cifra piccola, magari automatizzando un bonifico ricorrente il giorno di accreditamento dello stipendio, in modo che il risparmio preceda la spesa invece di dipendere da ciò che avanza alla fine del mese.

Dove tenere il fondo e quali sono i costi

Quando si accantona denaro in un fondo di risparmio, due criteri contano più del rendimento, cioè la disponibilità immediata e la protezione del capitale.

Il denaro deve poter essere prelevato in poche ore, quindi non va esposto a strumenti volatili come le azioni. Ma lasciarlo del tutto fermo sul conto corrente ha un costo.

Con l’inflazione al 3,0% su base annua a giugno 2026 (dato Istat), 4.500 euro a rendimento zero perdono circa 135 euro di potere d’acquisto in un anno.

La divisione in due quote

Una buona pratica è dividere il fondo in due parti:

  • una quota sempre disponibile, che copre le emergenze vere e proprie e va tenuta sulla liquidità più accessibile;
  • una quota eccedente il minimo, che una volta superata la soglia di sicurezza può essere parcheggiata su strumenti a breve termine e a basso rischio, a caccia di un rendimento che almeno attenui l’inflazione.

Gli strumenti più adatti

Tenendo in mente questa ripartizione, si possono usare:

  • il conto corrente – massima liquidità e prelievo immediato, ma rendimento quasi nullo, sede naturale della quota sempre accessibile;
  • un conto deposito libero – svincolabile in pochi giorni, con rendimento modesto ma superiore al conto corrente;
  • un conto deposito vincolato – rende qualcosa in più ma blocca le somme per un periodo prefissato e prevede penali sullo svincolo anticipato, quindi va bene solo per la parte eccedente il minimo;
  • i Bot a 12 mesi – titoli di Stato a breve termine e a basso rischio;
  • i buoni fruttiferi postali – garantiti dallo Stato e rimborsabili in qualsiasi momento con la restituzione del capitale versato.

Qualunque sia la scelta, vale la pena ricordare che i depositi bancari sono garantiti fino a 100.000 euro per intestatario e per banca dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.

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