Soldi fermi sul conto corrente erosi dall’inflazione, le alternative per proteggere il capitale

Gli italiani sono grandi risparmiatori ma lasciare i soldi sul conto corrente non è la soluzione ideale: le alternative contro l'inflazione

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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Lasciare i soldi fermi sul conto corrente costa caro: negli ultimi quattro anni il valore reale della liquidità depositata in banca è diminuito a causa dell’inflazione.

Una parte dei risparmiatori, consapevole della situazione, ha scelto di spostare il denaro verso investimenti dai rendimenti più elevati. È quanto emerge dai dati della Banca d’Italia, che fotografano l’evoluzione dei depositi bancari delle famiglie tra aprile 2022 e aprile 2026.

Sui conti correnti restano 1.163 miliardi di euro

Gli italiani, si sa, sono un popolo di risparmiatori. La scelta di lasciare i soldi sul conto corrente deriva da abitudine, diffidenza verso altri strumenti o dalla scarsa conoscenza delle alternative.

Secondo l’analisi di Bankitalia aggiornata al 30 aprile 2026, sui conti correnti delle famiglie italiane risultano depositati 1.163 miliardi di euro.

Nel periodo considerato le consistenze dei depositi sono rimaste quasi immutate, registrando un calo dello 0,4%. Dietro questa apparente stabilità, però, si nasconde un fenomeno molto più significativo: il potere d’acquisto di quei risparmi si è ridotto in modo consistente, mangiato dall’inflazione.

Quanto hanno perso i soldi lasciati sul conto

Applicando ai depositi l’andamento dell’inflazione attraverso i coefficienti Foi dell’Istat – come evidenzia il Sole 24 Ore – emerge che le somme rimaste ferme sui conti correnti hanno perso l’11,6% del loro valore reale.

In pratica 1.000 euro depositati nell’aprile del 2022 oggi hanno un potere d’acquisto pari a circa 884 euro. Il saldo sul conto può essere rimasto identico, ma la quantità di beni e servizi acquistabili con quella somma è andata calando.

Perché molti italiani stanno spostando la liquidità

Negli ultimi tempi, sempre più famiglie hanno iniziato a destinare parte del patrimonio verso strumenti finanziari più remunerativi.

Negli ultimi anni è cresciuto il mercato delle obbligazioni, fra le altre cose. Allo stesso tempo si è ridotto anche il tasso di risparmio delle famiglie, mentre gli investimenti sono diventati uno dei modi per cercare di limitare gli effetti dell’inflazione.

Il caso Milano

Milano è un caso significativo: nel capoluogo lombardo i conti correnti delle famiglie residenti si sono ridotti del 4% rispetto al 2022. Si tratta di circa 3,75 miliardi di euro in meno depositati in banca. Nonostante questo calo, Milano continua a raccogliere circa 90 miliardi di euro, quasi l’8% di tutta la liquidità detenuta dalle famiglie italiane. La diminuzione dei depositi viene collegata sia agli effetti della crisi inflazionistica sia allo spostamento di una parte dei risparmi verso investimenti come titoli di Stato, fondi, azioni e gestioni patrimoniali.

La classifica delle province con più liquidità

Le province con la maggiore liquidità pro capite sono:

  • Bolzano – 37.000 euro;
  • Milano – 32.500 euro;
  • Piacenza – 31.200 euro;
  • Sondrio – 30.500 euro;
  • Trento – 29.700 euro;
  • Belluno – 29.500 euro.

All’estremo opposto della graduatoria figurano invece:

  • Crotone – 11.600 euro;
  • Trapani – 12.900 euro;
  • Siracusa – 13.000 euro;
  • Ragusa – 14.200 euro;
  • Palermo – 14.300 euro;

Tra la provincia con la maggiore disponibilità di liquidità e quella con la minore il divario supera i 25.000 euro per abitante.

Proteggere i soldi dall’inflazione

Chi desidera mantenere una buona disponibilità delle somme può valutare strumenti come gli Etf monetari o i conti deposito liberi (cioè non vincolati).

Tra le soluzioni più semplici ci sono anche i Bot e i Btp con scadenze ravvicinate, che negli ultimi anni hanno beneficiato dell’aumento dei rendimenti.

Attenzione: non si tratta di strumenti per l’arricchimento immediato, ma di soluzioni per parcheggiare capitale avendo una certa protezione dall’inflazione ed, eventualmente, un margine. Si tratta di valide alternative al conto corrente o al libretto postale. O al classico materasso.

Scendiamo nello specifico.

BTp Italia è oggi probabilmente lo strumento considerato più adatto contro l’inflazione. Il capitale è infatti rivalutato con l’inflazione italiana. Le cedole sono anch’esse rivalutate. E c’è la garanzia dello Stato italiano.

Bot e Btp a breve termine non sono indicizzati all’inflazione, ma quando i tassi sono elevati possono offrire rendimenti da non sottovalutare. Sono lo strumento principe per il parcheggio di liquidità.

I conti deposito offrono interessi superiori ai conti correnti e se il rendimento supera l’inflazione reale consentono di tamponarne gli effetti. C’è solo un problema: la maggior parte dei conti deposito offre rendimenti alti per pochi mesi e poi il rendimento inizia a scemare. In questo caso bisogna abituarsi a spostare il denaro da un conto all’altro.

Gli Etf monetari negli ultimi anni sono diventati sempre più popolari: investono in strumenti monetari a brevissima scadenza e seguono l’andamento dei tassi della banca centrale. Sono adatti a chi ha elevata liquidità e punta a un piccolo rendimento. Da non sottovalutare anche altre forme di Etf, come quelli correlati al classico S&P 500, soprattutto ad accumulazione, e i tematici nei settori in crescita. Si ricorda che nel lungo periodo la Borsa ha sempre battuto l’inflazione per cui gli Etf azionari possono essere una buona alternativa.

L’oro è un bene rifugio che non genera cedole né dividendi, ma tende a conservare il valore nei periodi di elevata inflazione o di incertezza. Molti investitori lo acquistano anche tramite Etf sull’oro fisico. Attenzione, però, al momento giusto per comprare.

Si possono poi considerare le obbligazioni indicizzate all’inflazione: oltre al Btp Italia esistono titoli indicizzati all’inflazione europea o Tips (Treasury Inflation-Protected Securities) degli Stati Uniti.

Parliamo poi delle azioni: investire nel mercato azionario è possibile anche per chi ha una propensione al rischio medio-bassa. Ci sono realtà azionarie solide che risentono meno delle oscillazioni del mercato e che tramite dividendi più generosi della media premiano gli azionisti. Chi investe in tali società, in gergo, viene definito un “cassettista”. Sono azioni da cassettista, ad esempio, quelle di Mps, Bpm e delle banche in generale, quelle di Poste Italiane, quelle delle utilities come Eni ed Enel, eccetera. Anche molte aziende straniere possono offrire buoni dividendi, ma occhio alla doppia tassazione. Attenzione però: mai investire in Borsa se non si sa esattamente quello che si sta facendo. L’errore tipico è quello di puntare su aziende considerate inaffondabili comprando il titolo ai massimi. Qualche esempio (con azioni non da cassettista, però): Fincantieri superava i 19 euro a gennaio e oggi è a quota 12/13 euro; Ferrari era a quota 440 euro l’estate scorsa ed oggi è sui 325 euro.