Regno Unito, bambina di 9 anni uccisa dall’inquinamento: quanti sono i decessi in Europa

Una sentenza storica: il Regno Unito ha riconosciuto per la prima volta l'inquinamento come causa di un decesso

Ella Kissi-Debrah, una bambina di 9 anni, è morta nel febbraio 2013 a causa di una grave forma d’asma, ma non solo: Philip Barlow, medico legale di Londra, ha decretato che la piccola è morta anche per colpa dell’inquinamento atmosferico. Una sentenza storica: è la prima volta che il Regno Unito riconosce ufficialmente l'”air pollution” come causa di un decesso.

Bambina morta per colpa dell’inquinamento: la sentenza

Secondo il medico legale Philip Barlow, Ella “è morta di asma aggravato dall’esposizione a un eccessivo inquinamento dell’aria”. La piccola sarebbe stata esposta a livelli di biossido di azoto molto alti, tipici delle vie decisamente trafficate: unite alle sue patologie pregresse sono risultati fatali.

Ella, con la famiglia, viveva nei pressi della South Circular road, a sud di Londra, una delle zone più trafficate della City. La bimba è morta nel 2013 dopo tantissime crisi asmatiche e 30 visite all’ospedale: la madre Rosamund aveva da tempo segnalato la situazione ambientale della zona, così ha deciso di intraprendere una battaglia legale sulla base dell’articolo 2 della Legge sui diritti umani: il diritto alla vita.

Una lotta per avere giustizia e sensibilizzare il governo britannico, spingendolo ad accelerare le politiche ambientali. Qualche settimana fa, a tal proposito, il premier britannico Boris Johnson ha annunciato la sua rivoluzione verde: zero emissioni entro il 2050, stop alla vendita di auto a benzina o diesel dal 2030 e tanta energia pulita: “Saremo l’Arabia Saudita del vento“, è stata la sua promessa.

Quanto uccide l’inquinamento in Europa

Stando al rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente in Europa, nel 2018 sono state 400 mila le morti premature dovute all’esposizione ai particolati fini. In Italia i decessi causati dal PM 2.5 sono stati 52.300: si tratta del dato più alto.

Lo studio ha analizzato oltre 4 mila centraline posizionate in tutto il continente: nel 2018, il 34% degli abitanti delle città dei 27 Paesi dell’Unione europea e del Regno Unito ha respirato aria contenente particelle di ozono (con all’interno monossido di carbonio, metano e composti organici volatili) superiori ai livelli previsti dalla legislazione comunitaria.

Solo quattro Paesi (Estonia, Finlandia, Islanda e Irlanda) hanno registrato un livello di particolato fine nell’aria al di sotto della soglia stabilita dall’Oms.

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