Piano nazionale di Ripristino della natura, nuovi obblighi per i Comuni

I Comuni italiani sopra i 20.000 abitanti sono vincolati ad aderire al Piano di ripristino della natura, per liberare aree urbane dal cemento

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Il Piano nazionale di ripristino della natura non è solo una strategia ambientale: è un passaggio obbligato che coinvolgerà direttamente centinaia di amministrazioni locali. E proprio sui Comuni si gioca una delle partite decisive, tra adesioni ancora limitate e obblighi europei destinati a diventare stringenti.

Oltre un quarto dei Comuni sarà coinvolto

Uno degli elementi più rilevanti – e meno raccontati – riguarda i numeri. Secondo le prime stime legate all’attuazione della Nature Restoration Law, oltre il 28% dei Comuni italiani sarà direttamente interessato da interventi sugli ecosistemi urbani entro il 2031. La percentuale cresce ulteriormente se si considerano anche le aree periurbane: in quel caso si supera il 40% del totale dei Comuni italiani coinvolti.

Non si tratta quindi di una politica per pochi territori ma di una trasformazione che riguarderà una parte consistente del Paese, soprattutto nelle aree urbanizzate.

I Comuni sono coinvolti anche senza aderire

Qui sta il punto chiave: i Comuni non aderiscono formalmente al Piano, ma vengono comunque coinvolti perché l’obbligo nasce a monte.

Il meccanismo vincolante è a cascata:

  • l’Unione europea ha fissato obiettivi vincolanti di ripristino;
  • lo Stato italiano è tenuto a rispettarli;
  • per farlo deve intervenire nelle aree più critici;
  • questi territori coincidono in gran parte con regioni urbanizzate.

Quindi gli Enti locali diventano automaticamente gli attuatori necessari.

Molti Comuni non sono pronti ad attuare il Piano di ripristino

Il problema è che oggi la base di partenza è estremamente fragile. Gli strumenti locali necessari per attuare il ripristino, come i cosiddetti Piani urbani del verde o della natura, sono ancora poco diffusi. In Italia, infatti, solo 11 Comuni capoluogo su 106 hanno adottato un Piano del verde, e tutti in tempi recenti (Ispra).

Si tratta di una quota minima, se si considera che le strategie europee chiedono alle città sopra i 20.000 abitanti di dotarsi di questi strumenti di pianificazione ambientale. La maggior parte delle amministrazioni locali, quindi, si dovrà avviare a realizzare gli obiettivi del Piano senza una struttura operativa adeguata per rispettare gli obblighi presenti e futuri.

Cosa dovranno fare i Comuni

Tra i principali interventi richiesti ai Comuni ci sono:

  • un aumento delle aree verdi e della copertura arborea;
  • stop alla perdita netta di verde urbano entro il 2030;
  • incremento progressivo degli spazi naturali dal 2031;
  • interventi su fiumi, suoli, aree agricole e foreste.

In particolare, il regolamento europeo stabilisce che non ci sia alcuna perdita netta di verde urbano entro il 2030, e che successivamente inizi una crescita obbligatoria delle superfici naturali.

Cosa accade se un Comune resta indietro

Non esiste un’adesione volontaria dei Comuni al Piano nazionale ma gli obiettivi risultano giuridicamente vincolanti a livello europeo. Inoltre, arriverà quel momento in cui l’Italia dovrà dimostrare di averli raggiunti.

Se gli obiettivi non vengono rispettati, il rischio non è solo ambientale ma anche politico ed economico. Si rischia di incorrere in procedure di infrazione europee e possibili sanzioni per lo Stato, che a sua volta dovrà intervenire sui territori inadempienti.

Cosa separa la definizione degli obiettivi del Piano di ripristino dall’attuazione

Il quadro di partenza non è dei più rosei:

  • oltre un quarto dei Comuni italiani dovrà essere coinvolto;
  • meno del 10% dei capoluoghi ha già predisposto strumenti attivi;
  • gli obiettivi europei sono vincolanti e con scadenze precise, la prima nel 2030.

L’efficacia del piano dipenderà da tre fattori chiave:

  • la disponibilità di risorse economiche adeguate;
  • la capacità di coordinamento tra Stato, Regioni ed enti locali;
  • la volontà politica di dare priorità al ripristino rispetto ad altre esigenze di breve periodo.

Senza questi elementi, il rischio è che il piano resti un esercizio di programmazione senza ricadute reali sul territorio.

Il vero banco di prova è la capacità amministrativa

Il Piano nazionale di ripristino della natura si presenta come una prova di maturità per il sistema pubblico italiano. In fondo, il Piano e la Costituzione sono legate a doppio filo dalla riforma del 2022, che nell’articolo 9 divide la tutela del paesaggio da quella dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazioni.

Non basterà che i Comuni scrivano un buon Piano ma serviranno competenze tecniche, di coordinamento tra livelli istituzionali e capacità di trasformare questi obblighi europei in cantieri reali sul territorio. Il punto cruciale non è quanti Comuni aderiranno formalmente, ma quanti saranno davvero in grado di cambiare il modo in cui si costruiscono, si gestiscono e si rigenerano le città italiane.