Bollette, negozi chiusi in inverno? Cosa rischiamo

Dai bar ai ristoranti, dai supermercati agli alberghi: il caro bollette e l'aumento del costo delle materie prime possono rivelarsi letali per migliaia di attività

Dopo aver mandato sul lastrico migliaia di famiglie (è crisi nera, ecco quanto ci costerà), il caro bollette e l’aumento generale dei prezzi rischiano seriamente di affossare un grande numero di attività commerciali e di esercizi pubblici. Con conseguenze che si prospettano pesanti per i consumatori, il cui potere d’acquisto è già calato di suo affossando la spesa.

Dai bar ai ristoranti, dai negozi agli alberghi: dopo la crisi causata dalla pandemia, migliaia di realtà in tutta Italia sono schiacciate da un’inflazione che ormai viaggia intorno all’8% e, per evitare la chiusura definitiva, si vedono costrette a cambiare profondamente le loro abitudini. E quelle dei clienti, soprattutto in vista dell’imminente inverno (a rischio anche gli ospedali: cosa può succedere).

Bollette e prezzi record, la situazione dei negozi da Nord a Sud

La crisi economica, tra rincari di energia e materie prime, ha spinto tantissimi commercianti e gestori ad attuare un piano straordinario di risparmio e taglio delle uscite. E a richiedere ancora una volta un rapido intervento dello Stato per evitare il peggio. L’allarme corre da Nord a Sud, coinvolgendo piccoli e grandi centri, ed emerge dall’indagine condotta da Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza su 703 imprese.

L’incidenza dei costi dell’energia sui fatturati delle attività del terziario è sempre più alta: in media del +121%. Guardando ai singoli settori, nel giro di un anno l’impennata dei costi è stata del +181% per la vendita alimentare al dettaglio, del +161% per alberghi e strutture ricettive e del 123% per la ristorazione. Le percentuali più “basse”, ma comunque elevatissime, sono il +119% per i negozi non alimentari e il +116% i servizi.

I rincari delle bollette sono aumentati fino a tre volte nell’ultimo anno e fino a cinque volte rispetto al 2019, e cioè prima della pandemia. Complessivamente, la spesa in energia per i comparti del terziario nel 2022 ammonterà a 33 miliardi di euro, il triplo rispetto al 2021 (11 miliardi) e più del doppio rispetto al 2019 (14,9 miliardi). Anche l’Autorità per l’Energia avanza previsioni negative per l’autunno: i prezzi sono destinati a raddoppiare, se dovesse restare una media attorno ai 180 euro, come avvenuto a luglio.

I settori colpiti

Tra i settori più esposti ai rincari energetici figurano quindi il commercio al dettaglio, in particolare la distribuzione tradizionale e moderna del settore alimentare, la ristorazione, la filiera turistica, i trasporti. Le voci di spesa sono aumentate in media fino a tre volte nell’ultimo anno e fino a cinque volte rispetto al 2019, cioè prima della pandemia Covid.

Per quanto riguarda in particolare la distribuzione moderna, pur non rientrando nella classificazione dei settori cosiddetti “energivori”, registra comunque consumi per oltre 12,2 TWh, su cui impattano principalmente la gestione della catena del freddo. Le aziende del comparto segnalano incrementi del costo delle bollette mai registrati prima, per una media oscillante tra il +200% e il +300%. Con picchi ancora più alti in determinati casi.

Anche forni e attività di panificazione vivono una situazione drammatica, per non parlare dei supermercati (come abbiamo spiegato qui). Secondo Confcommercio Campania, questi ultimi stanno riducendo l’orario di lavoro: solo mezza giornata la domenica, aprono più tardi la mattina o chiudono prima la sera gli altri giorni.

Cambiano orari e abitudini

Al di là delle percentuali, alberghi e ristoranti sono tra i settori che pagano di più la crisi internazionale. Da qui la decisione, sempre più diffusa, di chiudere dopo l’ora di pranzo e di riaprire al pubblico in “fascia aperitivo”, allo scopo di tagliare i consumi di luce e gas per qualche ora. Mosse che con l’arrivo dell’inverno potrebbero assumere risvolti e proporzioni estreme.

La quasi totalità delle aziende ha già investito sull’illuminazione a basso consumo (come i Led) e su impianti di riscaldamento e aria condizionata a pompe di calore. Il 66% degli esercizi afferma invece di cercare di contrastare il caro energia tagliando direttamente i consumi: meno illuminazione e e minore utilizzo degli impianti di climatizzazione.

Cosa rischiano e cosa chiedono i negozianti

La situazione è insomma più grave rispetto alla percezione comune. Il 10% delle attività paventa la sospensione temporanea, mentre addirittura il 15% è a concreto rischio chiusura. Secondo le associazioni di categoria, a livello generale ci sono 120mila imprese, di cui 17mila pubblici esercizi, che sono già nelle condizioni di non poter sostenere la pesantezza degli aumenti. Col rischio reale di perdere complessivamente 370mila lavoratori.

Dall’altro lato, sono sempre più numerose le richieste di interventi governativi più ampi e incisivi per ridurre il carico fiscale sulle bollette. “Gli interventi devono essere molto rapidi per evitare una vera e propria recessione e indesiderati lockdown per le imprese”, afferma Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza. Interventi che Confcommercio, ANCC-Coop, ANCD-Conad e Federdistribuzione hanno riassunto nei seguenti punti:

  • incremento del credito d’imposta per il caro energia elettrica dal 15% al 50% nel caso di aumenti del costo dell’energia superiori al 100% (misura che andrà estesa anche all’ultimo trimestre dell’anno);
  • ampliamento temporale della rateizzazione delle bollette almeno fino a dicembre 2022;
  • incremento fino al 90% della copertura offerta dal Fondo di garanzia per le PMI, anche per i finanziamenti richiesti dalle imprese per far fronte alle esigenze di liquidità determinate dall’aumento del prezzo dell’energia elettrica.

Cosa prevede il piano d’emergenza per i negozi

La crisi energetica ha indotto qualche mese fa il Governo a stilare un piano di emergenza (ne abbiamo parlato qui) che prevede tre livelli di gravità crescente. Tra le misure già scattate c’è l’introduzione di una soglia di temperatura più bassa negli uffici pubblici, che non potrà essere superiore a 19°C in inverno e inferiore ai 27°C in estate.

E per i negozi, cosa cambierebbe? Ipotizzando lo scenario d’emergenza più grave (il terzo livello del piano), a negozi ed esercizi pubblici potrebbe essere chiesto di abbassare le saracinesche entro le 19. I locali, invece, non dovrebbero restare aperti oltre le 23. Il tutto salvo aggiornamenti da parte del Comitato per l’emergenza predisposto dall’Esecutivo, che potrebbe optare anche per misure ancora più drastiche.