Cina, industria ancora in contrazione: cosa cambia per il Made in Italy dopo il +19% dell’export

Il PMI cinese migliora ad agosto ma resta sotto quota 50. Per l’Italia il nodo è capire se l’export verso Pechino, cresciuto del 19%, potrà continuare a correre.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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La Cina manda un segnale di miglioramento, ma non ancora di vera ripartenza. Ad agosto l’indice PMI manifatturiero ufficiale è salito a 49,8 punti, dai 49,2 di luglio e sopra i 49,6 attesi dagli economisti. È il secondo mese consecutivo sotto quota 50, la soglia che separa convenzionalmente espansione e contrazione dell’attività.

Il dato pubblicato questa mattina dall’Ufficio nazionale di statistica cinese è, però, più interessante di quanto suggerisca il solo dato numerico riportato: la produzione è tornata sopra quota 50, a 50,4, e i nuovi ordini sono saliti a 50,6. Anche gli ordini destinati all’estero sono entrati leggermente in territorio di espansione, a 50,1.

Per l’Italia è un passaggio da seguire con particolare attenzione. Nel primo semestre del 2026 le esportazioni italiane sono cresciute complessivamente del 4,5%, raggiungendo 337,2 miliardi di euro. Quelle dirette verso la Cina hanno fatto molto meglio: +19% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Quanto può durare questo boom del Made in Italy se la seconda economia mondiale continua a procedere a due velocità?

Il PMI della Cina sale a 49,8, ma non è ancora ripresa

Il PMI, Purchasing Managers’ Index, misura attraverso le risposte dei responsabili degli acquisti delle imprese come stanno evolvendo produzione, ordini, occupazione e altre componenti dell’attività economica. Sopra 50 indica generalmente espansione rispetto al mese precedente, sotto 50 contrazione.

Il passaggio da 49,2 a 49,8 segnala, quindi, che la flessione dell’industria cinese si sta attenuando, non che sia già terminata.

Sotto il dato generale emergono differenze molto marcate. Il PMI delle grandi imprese è risalito a 50,6, mentre quello delle medie aziende resta a 49,4 e quello delle piccole scende fino a 47,9. Anche l’indice dell’occupazione manifatturiera rimane debole, a 48,7.

La fotografia è quella di un sistema industriale che recupera soprattutto nei segmenti più forti e innovativi.

High-tech e industria avanzata corrono più del resto della Cina

È probabilmente il dato più interessante per capire dove si sta spostando l’economia cinese.

Il PMI della manifattura ad alta tecnologia è salito a 52,9, mentre quello dei produttori di apparecchiature si colloca a 51,4. In settori come macchinari elettrici, computer, comunicazioni ed elettronica, produzione e nuovi ordini sono entrambi oltre quota 53.

Questo significa che la parte più avanzata dell’apparato produttivo cinese continua a espandersi anche mentre l’indice generale resta sotto 50.

Per le imprese italiane attive nei macchinari, nell’automazione, nella componentistica e nelle forniture industriali ad alto valore aggiunto è un segnale potenzialmente favorevole: una Cina che investe nell’aggiornamento della propria industria continua ad avere bisogno di tecnologia e beni strumentali.

Il vero problema della Cina resta la domanda interna

L’altra metà della fotografia è molto meno brillante.

Il PMI non manifatturiero è fermo a 49, mentre quello dei servizi resta a 49,3. Le costruzioni scendono a 46,9 e soprattutto l’indice dei nuovi ordini dell’intero comparto non manifatturiero arretra a 44,1.

È una debolezza importante perché servizi, costruzioni e consumi dipendono molto più direttamente dalla domanda interna cinese.

Ed è qui che il quadro diventa meno favorevole per alcuni prodotti italiani. Moda, lusso, design e agroalimentare premium dipendono maggiormente dalla capacità e dalla disponibilità dei consumatori cinesi a spendere. Una manifattura high-tech forte non compensa automaticamente una domanda delle famiglie debole.

L’export italiano in Cina cresce del 19%

Il punto di partenza per l’Italia resta, comunque, molto positivo.

Secondo i dati del ministero degli Esteri sul commercio italiano, nei primi sei mesi dell’anno l’export complessivo dell’Italia è aumentato del 4,5% in valore e dello 0,7% in volume, mentre le vendite verso Pechino sono salite del 19%.

La Cina sta, quindi, crescendo come mercato per le imprese italiane molto più velocemente della media delle esportazioni.

Il nuovo PMI non cancella questo risultato. Al contrario, il ritorno degli ordini manifatturieri sopra quota 50 e la tenuta della domanda estera rappresentano segnali incoraggianti, ma il dato di agosto invita anche a non dare per scontato che il +19% possa continuare allo stesso ritmo.

Cosa cambia ora per il Made in Italy

Per le imprese italiane, più che il PMI generale a 49,8 sarà importante osservare quale parte dell’economia cinese riuscirà a ripartire.

Se produzione, investimenti tecnologici e industria avanzata continueranno a crescere, macchinari e componentistica italiana potrebbero trovare nuove opportunità. Se, invece, consumi e servizi resteranno sotto pressione, la situazione sarà più delicata per i settori legati alla spesa delle famiglie.

La Cina di agosto non è quindi un’economia in caduta, ma nemmeno un’economia che ha risolto i propri problemi.

Per il Made in Italy è forse questo il dato più importante: il mercato cinese continua a offrire opportunità, ma il boom del 19% dell’export arriva proprio mentre diventa sempre più necessario capire dove, dentro l’economia cinese, si sta realmente formando la crescita.