Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha presentato alla Conferenza delle Regioni la bozza di un decreto legge che ridisegna il ruolo dei medici di famiglia in Italia. Il provvedimento punta a renderli il fulcro delle nuove Case di Comunità. L’obiettivo è chiaro: “Fare presto per dare agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, soprattutto ai più fragili”, ha spiegato il ministro.
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Il modello a doppio canale
Tema centrale del decreto è un sistema misto, basato su due binari paralleli. La convenzione con le Asl resta il modello ordinario, ma viene profondamente riformata. Accanto a questo, viene introdotta una forma di dipendenza selettiva: i medici potranno, su base volontaria, diventare dipendenti pubblici del Servizio sanitario nazionale, come già avviene per i medici ospedalieri.
Non si tratta di un obbligo, ma di un percorso graduale e programmato, pensato per coprire le funzioni più complesse dal punto di vista organizzativo, come:
- le Case di Comunità hub e spoke;
- la continuità assistenziale integrata;
- il coordinamento territoriale;
- la presa in carico strutturata dei pazienti cronici e fragili.
Nella fase transitoria, le Asl potranno assumere a tempo indeterminato i medici di medicina generale già in servizio, purché in possesso anche di una specializzazione.
Nuovi obblighi e nuova remunerazione
La convenzione riformata introduce una serie di obblighi minimi per i medici che scelgono di restare nel canale ordinario:
- attività programmata nelle Case di Comunità
- partecipazione alla rete territoriale
- utilizzo di sistemi informativi interoperabili
- presa in carico dei pazienti cronici e fragili
- adesione ad audit, verifiche e monitoraggio
- lavoro integrato con infermieri, specialisti e servizi territoriali
Uno dei nodi più delicati riguarda la remunerazione. Oggi i medici di medicina generale sono pagati in base al numero di assistiti. Il nuovo sistema punta invece a una logica “per obiettivi”, legata alla gestione dei pazienti cronici e alle attività svolte nelle Case di Comunità. Si tratta di un cambio di paradigma destinato a suscitare reazioni tra le organizzazioni sindacali, già divise sul tema, con alcune pronte a dare battaglia.
La carenza dei medici
La riforma arriva anche in risposta a una crisi sempre più evidente. Secondo la Fondazione Gimbe, in Italia mancano oltre 5.700 medici di medicina generale. Tra il 2019 e il 2024 il loro numero è diminuito di 5.197 unità. Oggi ogni medico segue in media 1.383 assistiti, superando la soglia considerata ottimale. Alla base di questa carenza c’è anche la scarsa attrattività della disciplina.
Per questo il decreto punta a valorizzare la medicina generale, riconoscendola come una specializzazione a pieno titolo e prevedendo una valorizzazione economica più allineata ad altri ambiti clinici.
Cosa succede ora
Il cronoprogramma allegato alla bozza prevede diverse fasi:
- 30 giorni per la definizione del modello;
- 60 per gli schemi tecnici e la prima stima economica;
- 90 per il documento attuativo definitivo;
- 180 giorni per le prime applicazioni operative.
Il percorso del decreto è appena iniziato, ma per Schillaci si tratta di “un’occasione storica per l’Italia” che non può essere sprecata.