Nei giorni scorsi il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha presentato alla Conferenza delle Regioni una bozza di decreto legge. Il testo punta a riformare in profondità il ruolo dei medici di medicina generale in Italia. Il provvedimento, atteso in Consiglio dei ministri entro maggio 2026, mira a rendere il medico di famiglia il fulcro delle nuove Case di Comunità (CdC). Si tratta di strutture sanitarie territoriali finanziate con i fondi del Pnrr.
Tuttavia, i sindacati dei medici, i partiti politici e le associazioni di categoria si sono schierati contro il decreto.
Indice
La riforma in sintesi
Innanzitutto, va spiegato che il cuore del decreto è il cosiddetto modello a doppio canale. La convenzione con le Asl resta il percorso ordinario, ma viene profondamente riformata con nuovi obblighi organizzativi.
Parallelamente, i medici potranno scegliere, su base volontaria, di diventare dipendenti pubblici del Servizio sanitario nazionale, come già avviene per i colleghi ospedalieri. Sarà un percorso graduale e selettivo, pensato per coprire le funzioni più complesse del sistema sanitario territoriale. I nuovi obblighi previsti per chi resta convenzionato includono:
- presenza programmata nelle Case di Comunità;
- lavoro in équipe multidisciplinari con infermieri, specialisti, psicologi e assistenti sociali;
- utilizzo di sistemi informativi interoperabili;
- presa in carico strutturata dei pazienti cronici e fragili;
- adesione ad audit, verifiche e monitoraggio.
Cambia anche la remunerazione. Oggi i medici sono pagati in base al numero di assistiti; con la riforma, invece, lo stipendio sarà legato alla partecipazione alla rete territoriale e al raggiungimento di obiettivi clinici.
Perché i medici sono contrari
La reazione delle principali sigle sindacali è stata netta. La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) ha definito il provvedimento un decreto che “distruggerà il medico di famiglia”. La Fimmg contesta almeno due criticità tecniche
il decreto subordina l’accesso alla dipendenza alla specializzazione in medicina generale, ignorando che per decenni i due percorsi formativi erano incompatibili […] l’intera generazione di medici di medicina generale attualmente in attività che non ha potuto conseguire la specialità si troverebbe così esclusa o penalizzata.
La seconda criticità riguarda i giovani medici e li esporrebbe al rischio di “un abbandono di massa della medicina territoriale, soprattutto nelle aree più fragili”.
Perché anche la politica frena
Le critiche arrivano anche dall’interno della stessa maggioranza di governo. Forza Italia si è schierata apertamente contro la trasformazione dei medici di famiglia in “anonimi burocrati chiusi nelle Case di Comunità”. La presidente dei senatori del partito, Stefania Craxi, ha chiesto un atto di indirizzo per modificare il sistema di convenzionamento, puntando su studi associati e mantenendo “reperibilità, fiduciarietà e prossimità”.
Il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, è stato ancora più diretto:
va escluso pensare di far diventare i medici di famiglia lavoratori dipendenti del Ssn, perché il rapporto fiduciario con i cittadini non va ostacolato ma valorizzato.
Tajani ha inoltre ricordato che Forza Italia ha già presentato in Parlamento un proprio disegno di legge, che vuole mantenere un rapporto autonomo per i medici di famiglia, pur prevedendo alcune ore settimanali nelle Case di Comunità, in coordinamento con il sistema sanitario regionale. Dall’opposizione, il Partito Democratico ha criticato soprattutto il metodo, evidenziando l’assenza di un testo strutturato e il mancato coinvolgimento delle parti interessate.