Come si potrà andare in pensione nel 2023: tutte le novità

Come cambiano i requisiti per la pensione nel 2023 e come cambiano gli importi secondo quanto indicato dal governo nel disegno di legge di bilancio

Pensioni, dal 1° gennaio 2023 si cambia. Il disegno di legge di Bilancio presentato alle Camere dal governo modifica temporaneamente i requisiti di accesso alla pensione e rende meno vantaggiosa l’indicizzazione al costo della vita degli assegni pensionistici più elevati. Secondo le valutazioni del governo, queste misure ridurrebbero nel complesso l’indebitamento netto di 1,3 miliardi il prossimo anno e di circa 2,7 miliardi in media all’anno nel biennio successivo.

Gli interventi sui requisiti di accesso al pensionamento, secondo Bankitalia, che li ha analizzati nella sua audizione preliminare, sono ispirati a criteri di prudenza, dettati dal fatto che il rapporto tra la spesa pensionistica e il PIL è ancora lontano dal suo punto di massimo e che maggiori tassi di attività anche tra i lavoratori più maturi sono necessari per contrastare gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione sull’offerta di lavoro.

Per quanto riguarda le norme sull’indicizzazione, i percettori dei trattamenti di pensione sono più protetti di altri gruppi sociali dall’effetto dell’inflazione sul potere d’acquisto, grazie a meccanismi automatici, e beneficiano, alle stesse condizioni delle altre categorie, delle misure connesse con il caro energia.

Qui tutto sulla Manovra 2023 da 35 mld e 174 articoli.

Ma vediamo cosa cambia nel 2023.

Pensioni 2023, come cambiano i requisiti

Per il solo 2023 la Manovra introduce la cosiddetta Quota 103, cioè un terzo canale di pensionamento. Quota 103 sostituisce Quota 102, che per il solo 2022 consente di andare in pensione con almeno 38 anni di anzianità contributiva e 64 di età. Nel triennio 2019-2021 è stata in vigore invece Quota 100, che ha dato accesso al pensionamento ai lavoratori con almeno 38 anni di contributi e 62 anni di età.

Nel 2023 dunque si potrà andare in pensione con:

  • pensione di vecchiaia, che richiede 67 anni d’età e 20 anni di contributi
  • pensione anticipata, che scatta con 41 anni e 10 mesi di anzianità contributiva per le donne e uno in più per gli uomini, senza vincoli anagrafici
  • nuova Quota 103.

Quota 103 è utilizzabile da chi abbia almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi. Per chi accederà al pensionamento attraverso questa via, l’assegno avrà un limite superiore pari a 5 volte il trattamento minimo INPS fino al momento in cui il soggetto avrà raggiunto i requisiti per la pensione di vecchiaia.

Non sarà di norma possibile cumulare la pensione ottenuta con Quota 103 con redditi da lavoro ma chi, pur avendo i requisiti necessari per pensionarsi con Quota 103, scegliesse di rimanere al lavoro, può decidere che non vengano versati all’INPS i contributi sociali a proprio carico: ne deriverebbe un maggiore reddito da lavoro ma anche, corrispettivamente, un assegno più modesto negli anni di pensionamento.

L’impatto di queste misure sui flussi di pensionamento e di riflesso sui conti pubblici è nel complesso limitato, secondo quanto spiegato da Bankitalia, pari a 0,7 miliardi il prossimo anno, 1,1 in media all’anno nel successivo biennio, al lordo degli effetti indotti sulle entrate.

Ape sociale: come cambia nel 2023

Vengono inoltre prorogati per un anno l’anticipo pensionistico sociale, cosiddetto APE sociale, e la cosiddetta Opzione donna, quest’ultima, tuttavia, viene significativamente ridimensionata.

L’APE sociale è un trasferimento rivolto ad alcune tipologie di soggetti vulnerabili:

  • disoccupati con almeno 63 anni d’età e 30 anni di versamenti contributivi
  • coloro che prestano assistenza a congiunti non autosufficienti con almeno 63 anni d’età e 30 anni di versamenti contributivi
  • invalidi oltre il 74% con almeno 63 anni d’età e 30 anni di versamenti contributivi
  • lavoratori che hanno svolto mansioni gravose con almeno 36 anni

L’importo mensile non può superare 1.500 euro e viene erogato fino al raggiungimento dei requisiti necessari al pensionamento.

Opzione Donna: come cambia nel 2023

Per quanto riguarda Opzione donna, oggi consente il pensionamento per tutte le lavoratrici con almeno 35 anni di contributi e 58 anni di età se dipendenti, o 59 se autonome, purché accettino che il calcolo dell’assegno sia interamente effettuato con il metodo contributivo.

Dopo la prima bozza poi cambiata, la Manovra 2023 conferma il requisito contributivo ma inasprisce il requisito anagrafico, che non sarà più differenziato tra lavoratrici dipendenti e autonome: saranno richiesti 60 anni di età, ridotti a 59 per le donne con 1 figlio e a 58 per quelle con almeno 2 figli.

Inoltre, potranno accedervi solo le lavoratrici che si trovano in almeno una delle seguenti tre situazioni:

  • prestano assistenza da almeno 6 mesi a uno stretto congiunto
  • soffrono di una riduzione della capacità lavorativa superiore o uguale al 74%
  • sono state licenziate o sono dipendenti di imprese per le quali è attivo un tavolo di crisi aziendale (in questo caso il requisito anagrafico è pari a 58 anni, indipendentemente dal numero di figli).

Modifiche al regime di indicizzazione e maggiorazione pensioni minime

La Manovra 2023 disegnata dal governo Meloni modifica per il prossimo biennio anche il meccanismo di indicizzazione dell’importo delle pensioni al costo della vita, rendendolo meno generoso per i trattamenti di importo più elevato.

Al contrario, per le pensioni pari o inferiori al minimo INPS, oltre all’adeguamento completo al costo della vita, è riconosciuto in via transitoria un aumento dell’1,5% per l’anno 2023 e del 2,7% per l’anno 2024.

La legislazione vigente prevede un meccanismo di rivalutazione basato su 3 scaglioni:

  • la rivalutazione è completa per i trattamenti fino a 4 volte il minimo
  • del 90% per la quota dei trattamenti tra 4 e 5 volte il minimo
  • del 75% per la quota superiore a 5 volte il minimo.

Il disegno di legge di bilancio prevede l’abolizione degli scaglioni e l’applicazione di un’unica percentuale di rivalutazione all’intero ammontare del trattamento:

  • per i trattamenti fino a 4 volte il minimo, viene confermata l’indicizzazione al 100%
  • la rivalutazione scende all’80% per i trattamenti di importo compreso tra 4 e 5 volte il minimo
  • la rivalutazione scende al 55% tra 5 e 6 volte il minimo
  • la rivalutazione scende al 50% tra 6 e 8 volte
  • la rivalutazione scende al 40% tra 8 e 10 volte
  • la rivalutazione scende al 35% nel caso di trattamenti superiori a quest’ultima soglia. La rivalutazione rimarrebbe commisurata alla variazione del costo della vita dell’anno precedente.

Queste norme determinano una riduzione dell’indebitamento netto pari a quasi 2 miliardi nel 2023 e a di quasi 4 in media all’anno nel biennio successivo.