In Italia 935 mila quintali di nocciole dall’estero minacciano produzione Made in Italy

In vent'anni la resa per ettaro è scesa del 49% e le importazioni sono quasi raddoppiate: l'Italia resta prima in Europa ma raccoglie di meno

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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L’Italia resta una delle grandi potenze mondiali della nocciola, ma la distanza tra la sua leadership produttiva e la capacità del settore di soddisfare il mercato interno si sta progressivamente riducendo. Il nostro Paese infatti continua ad avere un peso enorme in Europa, ma produce meno di vent’anni fa e, contemporaneamente, importa sempre di più. L’aumento della superficie destinata alla coltivazione non è bastato a compensare.

I dati sulla produzione di nocciole in Italia

Secondo i dati pubblicati il 4 settembre 2026 dall’Istat, tra il 2006 e il 2025:

  • la produzione italiana di nocciole è diminuita del 30,3%;
  • sono state importate 935 mila quintali di nocciole, equivalenti a 93,5 milioni di chilogrammi, a fronte di una produzione nazionale di circa 990 mila quintali.

In 20 anni, i volumi importati hanno raggiunto quasi il livello dell’intera produzione italiana. A differenza di altri comparti frutticoli, però, la riduzione della produzione non è stata accompagnata da una contrazione delle superfici. Al contrario, per la nocciola si è registrata una forte crescita dei campi coltivati, a fronte però di una marcata diminuzione della resa, pari al -49%. Quello che è successo, quindi, è che in Italia si coltiva di più, ma si raccoglie meno per ettaro.

La posizione dell’Italia in Europa

Questo ridimensionamento non ha fatto perdere alla nocciola italiana il proprio peso internazionale. Al contrario, il nostro Paese conserva una posizione di rilievo all’interno dell’Unione europea. Nel 2025 l’Italia rappresentava l’8,7% della superficie agricola utilizzata dell’Ue, collocandosi al quinto posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia.

Ma quando si passa dalla superficie alla specializzazione produttiva, la quota dell’Italia sulla produzione agricola dell’Ue27 raggiunge infatti il 75,2% per la nocciola, il valore più elevato tra le principali colture considerate dall’Istat. Tre nocciole su quattro prodotte nell’Unione europea arrivano, in termini statistici, dall’Italia. Tuttavia, questa leadership convive con una crescente necessità di ricorrere all’offerta internazionale.

Le importazioni dall’estero

Tra il 2006 e il 2025 le importazioni italiane di nocciole sono aumentate del 144,1% in quantità. Nello stesso periodo:

  • la produzione nazionale è diminuita del 30,3%;
  • i volumi provenienti dall’estero sono arrivati a rappresentare quasi il 95% di quelli prodotti in Italia (935 mila quintali di nocciole importate vs 990 mila quintali made in Italy).

Il rapporto tra produzione nazionale e importazioni, però, non può essere letto semplicemente come una sfida tra prodotto italiano e prodotto straniero. La nocciola importata non ha sostituito, in maniera diretta e integrale, quella italiana. Questo perché le importazioni sono state destinate spesso a segmenti differenti della filiera (dall’industria alimentare alla trasformazione) per rispondere a esigenze di disponibilità, prezzo, caratteristiche qualitative o continuità delle forniture.

Un ettaro coltivato a nocciole può infatti generare una quantità di prodotto inferiore rispetto al passato. E per l’industria e per gli operatori della trasformazione ciò significa avere bisogno di fonti alternative per garantire continuità e volumi.

Tuttavia, proprio la forte pressione della concorrenza internazionale ha contribuito a rendere meno redditizi i raccolti. Nel caso della nocciola, dunque, il problema è quanto prodotto riesce effettivamente a generare ogni ettaro e a quale costo.

Le quotazioni

Non tutta la nocciola italiana compete sul mercato alle stesse condizioni. La varietà, l’origine, la qualità e la destinazione industriale contribuiscono a determinare il valore riconosciuto al prodotto. Secondo le ultime rilevazioni Ismea sulle quotazioni all’origine, nella prima settimana di settembre 2026:

  • la Tonda Gentile Trilobata risultava a 4,50 euro/kg:
  • la Tonda romana a 4 euro/kg;
  • la Tonda di Giffoni a 3,78 euro/kg;
  • la Lunga San Giovanni a 3,03 euro/kg;
  • la Tonda avellinese a 3 euro/kg.

Non trattandosi dei prezzi finali pagati dal consumatore, ma di valori riferiti alla fase agricola e rilevati con specifiche condizioni di vendita, questi sono utili perché permettono di monitorare la redditività dei produttori agricoli e di comprendere il valore riconosciuto alla materia prima all’origine, prima dei passaggi di trasformazione industriale e commerciale lungo la filiera.

Il rischio economico per il made in Italy consiste proprio nella combinazione tra la forte identità del prodotto e una grande specializzazione, che devono confrontarsi con una crescente competitività. Visto che aumentare le superfici non sembra essere sufficiente (considerando che la resa per ettaro continua a diminuire), allora diventano decisivi gli investimenti in impianti efficienti, tecniche agronomiche, innovazione, gestione delle risorse e capacità di adattamento alle condizioni produttive se non si vogliono perdere altre quote di mercato.