Dl Aiuti bis, cosa sappiamo sulla proroga dello smart working

Data per certa fino a pochi giorni fa, l'estensione del telelavoro resta in stallo. Gli emendamenti sono all'esame del Mef, che potrebbe anche bocciarli per via dei costi

Fino a una settimana fa sembrava una pratica, se non archiviata, quantomeno avviata. La proroga dello smart working resta ancora uno dei punti da definire nella maggioranza, vittima sacrificale di uno stallo politico che si estende anche ad altri importanti dossier (ne avevamo parlato anche qui). Il Decreto Aiuti bis, che è stato approvato dal Governo all’inizio di agosto e che contiene la norma della discordia, è infatti parcheggiato in Senato, ostaggio di oltre 400 emendamenti.

Non è stato dunque trovato l’accordo né le risorse per consentire la proroga del lavoro da remoto (vi avevamo già parlato qui delle nuove regole dello smart working a partire da settembre). L’esame del provvedimento è slittato a martedì 13 settembre, a causa dello scontro politico sul Superbonus (che ci farà abbassare le bollette: ecco come). E i partiti chiedono già un Decreto Aiuti ter per sostenere le famiglie schiacciate dai rincari.

La situazione (politica) dello smart working

Due emendamenti a firma Partito Democratico e Insieme per il futuro, uno dei quali inserito nella lista dei “super prioritari”, prevedono la proroga fino al 31 dicembre 2022 dello smart working per i lavoratori fragili e per dipendenti privati genitori di almeno un figlio minore di 14 anni. La possibilità di lavoro agile, senza accordi individuali, per queste due categorie è già scaduta il 31 luglio. Le proposte di modifica al Decreto sono all’esame del Ministero dell’Economia.

Uno dei principali scogli a un accordo sul tema è rappresentato dai costi. Nell’emendamento del Pd si stimano spese per lo Stato per 7,5 milioni di euro nel 2022, da coprire attraverso il Fondo sociale per l’occupazione e la formazione del Ministero del Lavoro. Una volta approvato dalle commissioni del Senato, il testo dovrà passare all’esame della Camera per la conversione in legge. Superbonus permettendo.

Cosa prevede la norma sullo smart working

Leggendo il testo della norma sullo smart working, si nota una precisazione importante: la possibilità di telelavoro per genitori di almeno un figlio under 14 è valida a condizione che anche l’altro genitore lavori o non sia “beneficiario di strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa”. Il tutto anche in assenza degli accordi individuali e a condizione che tale modalità sia compatibile con le caratteristiche della prestazione.

La regola presenta tuttavia dei punti più oscuri. Se da un lato il lavoratore ha il diritto di ottenere lo smart working, dall’altro non è specificato quanta percentuale di lavoro agile gli è consentita. Alcune imprese lo interpretano al 100%, mentre altre applicano la quota prevista da intese aziendali. Nel caso non esista un accordo scritto sul tema, e fermo restando l’obbligo a riconoscere lo smart working, sarà l’azienda a stabilire la quota di smart working da concedere.

Con l’inizio settembre, le imprese dovranno insomma decidere se inserire stabilmente la pratica dello smart working nel proprio modello di organizzazione. Dal primo del mese tale modalità di lavoro è infatti possibile solo previa sottoscrizione di un accordo tra le parti, che deve essere siglato nell’atto dell’assunzione o in un momento successivo e in ogni caso precedente all’inizio del lavoro agile.