Cos’è la “nuova fase” della pandemia: scoperta italiana su contagio cambia tutto

L'Oms ha parlato di una "nuova fase" per il virus Covid e la variante Omicron. Intanto dall'Italia arriva uno studio rivoluzionario sul contagio

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Miriam Carraretto

Giornalista di attualità politico-economica

Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

Sono sembrate contrastanti le affermazioni di questi giorni rilasciate dall’Oms in merito all’emergenza sanitaria. Dopo aver detto che Omicron potrebbe essere il segnale della fine imminente, i vertici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno chiarito invece che la pandemia di Covid “è tutt’altro che finita”. Tuttavia, “due anni dopo, potremmo entrare in una nuova fase, con una plausibile speranza di stabilizzazione, ma è troppo presto per abbassare la guardia”.

Nuova fase o fine della pandemia?

Queste le parole del direttore dell’Oms Europa Hans Henri Kluge in una nota, dopo che in un’intervista aveva ritenuto “plausibile” che con la variante Omicron l’Europa “si stia avviando alla fine della pandemia”. Quindi insomma, secondo l’Oms non starebbe finendo ma saremmo certamente entrati in una nuova fase.

“Spero possiamo porre fine alla fase di emergenza nel 2022 e affrontare altre minacce per la salute che richiedono urgentemente la nostra attenzione. Gli arretrati e le liste di attesa sono aumentati – afferma riferendosi appunto alle prestazioni assistenziali per malattie diverse dal Covid – i servizi sanitari essenziali sono stati interrotti e i piani e i preparativi per gli stress e gli shock sanitari legati al clima sono stati sospesi in tutta la Regione” ha detto.

Questa pandemia come tutte le altre finirà, ma è troppo presto per rilassarsi: questo il suo pensiero. Mentre Bill Gates lancia l’allarme rispetto a una nuova pandemia in arrivo più letale, Kluge definisce “quasi scontato” che nuove varianti emergeranno e ritorneranno, con i milioni di infezioni che si verificano nel mondo e che si verificheranno nelle prossime settimane e con il calo dell’immunità e la stagionalità invernale. Ma con una serie di strategie, una nuova ondata potrebbe non richiedere più il ritorno ai lockdown totali per tutta la popolazione o a misure simili.

Quali strategie? Una “forte” sorveglianza e monitoraggio di queste nuove varianti, un’elevata diffusione della vaccinazione e delle terze dosi e un accesso equo e a costi abbordabili agli antivirali. Ma anche test mirati, la protezione dei gruppi ad alto rischio con mascherine di alta qualità e il distanziamento fisico se e quando appare una nuova variante.

Ovvio che il grande merito della stabilizzazione è da imputare ai vaccini, che, nonostante il numero ancora elevato di contagi, hanno abbattuto drasticamente il numero di ricoveri e morti, dimostrando che i non vaccinati hanno 39 volte in più di probabilità di morire rispetto a chi si è protetto.

Cosa dice il rivoluzionario studio italiano sul contagio

Tutto questo mentre dall’Italia arriva un nuovo studio, piuttosto rivoluzionario, che dimostra chiaramente come il contagio, soprattutto con Omicron, non avvenga solo con gli ormai famosi droplet, ma anche semplicemente parlando.

Attraverso lo sviluppo di un nuovo metodo per il campionamento e l’analisi del SARS-CoV-2 nell’aria, i ricercatori di Arpa Piemonte e Università di Torino e per la parte teorica e modellistica l’Università di Cassino e la Queensland University of Tecnology, hanno dimostrato che il virus può essere trasmesso per via aerea in ambienti chiusi non solo tramite le goccioline respiratorie di più grandi dimensioni.

Lo studio, pubblicato sul prestigioso Journal of Hazardous Materials, ha sperimentato e validato un nuovo metodo per il campionamento e l’analisi del SARS-CoV-2 nell’aria. E, grazie a questo metodo, l’Arpa ha fornito dimostrazione diretta del collegamento tra emissione di una carica virale nota di un soggetto infetto e le relative concentrazioni di SARS-CoV-2 nell’aria in condizioni controllate: l’aspetto innovativo della ricerca è che finora questa dimostrazione non era ancora presente in letteratura scientifica.

Gli esperimenti condotti hanno stabilito che il virus SARS-CoV-2 si trasmette tramite aerosol ben oltre le distanze a lungo ritenute “di sicurezza”, pari a 1-1.5 metri, e questo lo avevano già evidenziato altri studi. In più, hanno confermato anche l’influenza esercitata dalla tipologia di attività respiratoria rispetto all’emissione di aerosol virale e alla conseguente diffusione nell’ambiente.

Come già anticipato da studi precedenti, le emissioni durante la fonazione, cioè la produzione di suoni o rumori per mezzo degli organi vocali mentre parliamo, risultano essere di un ordine di grandezza superiore rispetto alla semplice attività di respirazione. In pratica, solo parlare rischia di contagiare molto di più di quanto si pensasse.

“Questo studio colma finalmente una lacuna di conoscenza circa la trasmissione di SARS-CoV-2 con una solida evidenza sperimentale che risolve un tema controverso” sottolinea Il Direttore del Laboratorio di Virologia Molecolare dell’Università di Torino, prof. David Lembo. “Un successo della ricerca italiana che permetterà di applicare i metodi sviluppati anche allo studio degli altri virus respiratori noti e a quelli che si potrebbero presentare in futuro”.

Ciò che finalmente possiamo affermare è che il virus può essere trasmesso per via aerea in ambienti chiusi e non solo attraverso i droplet. A questo proposito il direttore generale di Arpa Piemonte, Angelo Robotto, ha sottolineato come sia assolutamente necessario a questo punto un adeguamento tecnologico “radicale”, per mettere in sicurezza gli ambienti indoor attraverso la ventilazione e il trattamento dell’aria. “L’ambiente e le matrici ambientali sono fondamentali come sentinelle per le ricadute sanitarie”.

Cosa fare

Anche il professor Giorgio Buonanno dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale insiste: “Lo ripetiamo da tempo e ora ne abbiamo anche la dimostrazione. Il virus si trasmette per via aerea negli ambienti chiusi. E qui mascherine chirurgiche, distanziamento e vaccini non sono sufficienti ad evitare il diffondersi dell’infezione, come la variante Omicron ha ulteriormente dimostrato” (qui gli 8 sintomi “spia” di Omicron e quando fare il tampone).

Ma ci sono fortunatamente “valide” contromisure, di tipo tecnico-ingegneristico, che devono essere assunte: la ventilazione ad esempio, la riduzione dell’emissione, la gestione dei tempi di esposizione e l’affollamento possono mitigare il rischio di infezione. “Siamo in grado di mettere in sicurezza l’aria, a prescindere dalle varianti, come già è stato fatto con l’acqua” conclude.

I risultati sperimentali forniti da Arpa Piemonte hanno, inoltre, validato un nuovo approccio teorico-predittivo in grado di calcolare la concentrazione del virus in un ambiente indoor partendo dalle emissioni delle persone infette e dalle caratteristiche di ventilazione dell’ambiente.

Sulla base di questo strumento – e qui sta l’impatto enorme che potrebbe generare questo studio italiano – sarebbe possibile costruire politiche coerenti nella gestione degli ambienti interni e nella determinazione di misure di controllo per ridurre il rischio di infezione, ad esempio calcolando la massima occupazione degli ambienti indoor e la durata massima dell’occupazione, spiegano gli esperti (qui quanto sopravvive Omicron fuori dal corpo, motivo per cui è anche molto più contagiosa).