In un intervento molto duro e dettagliato, la Corte dei Conti dell’Unione europea ha descritto come “un miraggio” gli obiettivi che la Commissione si è data per il 2030 per quanto riguarda le materie prime critiche per la transizione ecologica e digitale.
Nessuna delle tre parti in cui si divide il piano della Commissione, differenziazione degli approvvigionamenti, sviluppo del riciclo e produzione interna, sarebbe in traiettoria per rispettare le scadenze imposte. In alcuni casi, al contrario, la dipendenza da Stati come la Cina sarebbe in aumento.
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Corte dei Conti Ue: il piano sulle materie prime sta fallendo
La Corte dei Conti dell’Ue ha diffuso un rapporto sullo stato di avanzamento del piano per il 2030 che dovrebbe aumentare l’indipendenza del blocco dall’estero per quanto riguarda le materie prime critiche per la transizione ecologica e digitale. I risultati, fino a questo momento, sono molto negativi.
Keit Pentus-Rosimannus, membro della Corte dei Conti europea, ha sottolineato:
Senza materie prime critiche non ci sarà transizione energetica, né competitività, né autonomia strategica. Purtroppo, attualmente dipendiamo in modo pericoloso da una manciata di paesi al di fuori dell’Ue per l’approvvigionamento di questi materiali.
Tutte e tre le parti del piano sono in uno stato di avanzamento sostanzialmente nullo:
- i 14 accordi raggiunti per differenziare l’approvvigionamento non hanno portato risultati tangibili;
- il livello di riciclaggio, che dovrebbe arrivare al 25% in quattro anni, in molti casi è a zero e non supera mai il 5%;
- la ricerca di giacimenti interni è lenta e la burocrazia imporrebbe comunque 20 anni di attesa prima dell’attivazione di una miniera.
A cosa servono le materie prime critiche
Per materie prime critiche si intende un gruppo di materiali che sono molto importanti per la produzione di tecnologie per l’infrastruttura digitale (chip, elettronica) e per quella energetica rinnovabile (pannelli solari, turbine eoliche, batterie). Si tratta di materie prime come il cobalto, il litio, il nichel, il rame e le terre rare.
I Paesi Ue non producono nessuna di queste materie prime, anche quando possiedono giacimenti. Non controllano inoltre nemmeno la raffinazione delle stesse che, per le terre rare ad esempio, è quasi completamente in mano alla Cina. Questo espone il blocco a una grave dipendenza dalle forniture estere.
Il piano della Commissione europea era quello di iniziare a ridurre questa dipendenza, tramite tre interventi. Il primo prevedeva di differenziare gli approvvigionamenti, oggi quasi tutti in mano alla Cina. Il secondo di incentivare il riciclo, in modo da creare una fonte di risorse che derivasse dai consumi, fino al 25% della domanda. Il terzo prevedeva investimenti nell’estrazione, fino al 10% della domanda.
Il “circolo vizioso” in cui sta finendo l’Ue
La Corte dei Conti dell’Ue ha però avvisato che non solo il blocco non sta raggiungendo gli obiettivi prefissati, ma si sta avviando verso un circolo vizioso che lo allontanerebbe sempre di più dai livelli di indipendenza strategica desiderati su queste materie prime.
Si parte da una carenza di approvvigionamenti di materie prime, che è la situazione attuale. Questo comporta però che i progetti di lavorazione delle materie prime stesse stentano a partire. A sua volta, questa condizione annulla la domanda per i materiali di partenza stessi. Così le aziende Ue rischiano di non avere nessun incentivo a seguire i piani della Commissione in questo settore.