Inflazione USA e PIL in frenata: Fed divisa tra rischi sui tassi e sfida dell’AI

Il PCE al 3,8% e il rallentamento del PIL alimentano i timori di stagflazione negli Stati Uniti. La banca centrale Usa non potrà non tenerne conto nelle prossime settimane

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Redazione

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La vendita massiccia di titoli di Stato sta mettendo alla prova una delle convinzioni più radicate dei mercati: che i Treasury e gli altri strumenti di debito di alta qualità possano proteggere i portafogli quando le azioni scendono. Le obbligazioni a lunga scadenza sono finite sotto pressione dall’inizio della guerra con l’Iran, mentre gli investitori chiedono maggiori compensi per il rischio legato all’inflazione, alla forza dell’economia statunitense e all’atteso aumento dell’offerta di bond causato dalla spesa in deficit.

Il rendimento del Treasury a 30 anni è salito ben oltre il 5% questo mese, prima di attirare nuovi acquirenti. La correlazione a 60 giorni tra S&P 500 e Treasury è ai massimi da oltre vent’anni, segnale che i bond tendono ad amplificare le oscillazioni dei mercati invece di ridurle.

Questo mette sotto pressione il tradizionale modello 60/40, che si basa sulle obbligazioni per diversificazione e stabilità. In condizioni normali, i Treasury salgono quando le azioni scendono, in una correlazione negativa oggi sempre più debole. Nonostante ciò, pochi investitori sono pronti a mettere in discussione il ruolo dei Treasury come asset rifugio. Il mercato obbligazionario USA resta il più liquido e profondo al mondo, con il dibattito che si sposta sulla scelta tra scadenze brevi o lunghe.

Inflazione alta e PIL in rallentamento

Sul fronte macroeconomico, il quadro resta complesso: crescita in rallentamento e inflazione ancora elevata.

Il Dipartimento del Commercio ha rivisto al ribasso il PIL del primo trimestre all’1,6% annualizzato dal 2,0% precedente, contro attese per una conferma. La revisione riflette minori investimenti in scorte e una spesa dei consumatori più debole.

Nel frattempo, l’indice PCE, misura preferita dalla Fed, è salito del 3,8% su base annua ad aprile, massimo da maggio 2023 e in linea con le attese. A marzo era al 3,5%. Il dato mensile è salito dello 0,4% dopo il +0,7% precedente.
Il core PCE è aumentato del 3,3% annuo (dal 3,2%), con un +0,2% mensile dopo il +0,3%.

Analisti divisi tra stagflazione e resilienza economia

Per Peter Cardillo (Spartan Capital Securities), i dati indicano chiaramente un problema di stagflazione: crescita debole e inflazione alta che avvicinano più un rialzo dei tassi che un taglio.

Per Angelo Kourkafas (Edward Jones), il PCE non cambia la narrativa: il dato non è peggiore del previsto e l’attenzione resta su geopolitica, petrolio e AI, che continuano a influenzare inflazione e domanda.

Joel Kruger (LMAX Group) evidenzia invece una lettura più positiva: inflazione core più debole e crescita sotto controllo sostengono il sentiment risk-on e riducono la pressione sulla Fed.

Adam Hetts (Janus Henderson) sottolinea come inflazione ancora sopra il 3% e PIL rivisto all’1,6% indichino un’economia resiliente, capace di reggere shock geopolitici e pressioni sui prezzi.

Fed: l’AI non basta a fermare l’inflazione

Il presidente della Fed di St. Louis, Alberto Musalem, ha avvertito che non è prudente contare su un boom di produttività legato all’intelligenza artificiale per risolvere l’attuale problema inflazionistico. “I dati suggeriscono che la probabilità di una fase di alta produttività è ben sotto il 50%”, ha detto Musalem, sottolineando che la politica monetaria deve basarsi su evidenze solide.

Secondo il banchiere centrale, l’inflazione resta “significativamente sopra” il target del 2%, mentre le aspettative di lungo periodo mostrano segnali di risalita. Il mercato del lavoro resta solido, ma il tasso Fed, al netto dell’inflazione, è ancora sotto il livello neutrale.

La guerra in Iran ha riacceso le pressioni sui prezzi, e diversi membri della Fed avrebbero preferito rimuovere il riferimento all’ “orientamento espansivo” dall’ultimo comunicato.

I futures indicano ora una probabilità superiore al 50% di un rialzo dei tassi entro fine anno.

Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha invece ipotizzato che l’AI possa generare un boom di produttività tale da consentire crescita non inflazionistica e tassi più bassi.

Musalem, pur ottimista sull’intelligenza artificiale, ha avvertito che il suo impatto sta anche aumentando la domanda di energia e semiconduttori, sostenendo i mercati e potenzialmente alimentando nuove pressioni sui prezzi.