Brunetta 2, il ritorno: l’anti-fannulloni per il Recovery. Come cambierà ora la PA

Renato Brunetta è stato nominato da Draghi nuovo ministro della Pubblica amministrazione, succedendo a Fabiana Dadone. E riprenderà in mano la sua vecchia riforma

Miriam Carraretto Giornalista di attualità politico-economica Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

Dieci anni dopo, Brunetta 2, il ritorno. Renato Brunetta è stato nominato da Mario Draghi nuovo ministro della Pubblica amministrazione, succedendo a Fabiana Dadone, ministra in quota M5s, finita alle (decisamente meno strategiche) Politiche giovanili (qui l’elenco completo dei 23 neo ministri).

Il 70enne prof. di Economia, forzista d’assalto, amico e confidente di Silvio Berlusconi, veneziano doc che ben due volte ha tentato la scalata a sindaco della sua città ma senza successo, vanta una formidabile formazione socialista, tanto da essere stato consigliere economico di Craxi, Amato e Ciampi.

Quando dal 2008 al 2011 ricoprì lo stesso incarico proprio nel primo Governo del Cavaliere, a dire il vero non riuscì a lasciare il segno più di tanto. Se non per via della – neanche tanto piccola ma assai poco efficace – rivoluzione nella pancia della PA, che mirava a “premiare i lavoratori meritevoli e punire i fannulloni”, per sua stessa affermazione; se fosse servito, anche con il licenziamento.

Una vera crociata contro i “furbetti” e tutti quei dipendenti pubblici, di ogni ordine e grado, scarsamente operosi, lontanissimi da target produttivi degni di nota, e a volte persino un po’ troppo lamentosi, lassisti e assenteisti: questo il Brunetta-pensiero.

La riforma Brunetta della Pubblica amministrazione

La tanto discussa “Legge Brunetta” per la riforma della Pubblica amministrazione veniva approvata il 4 marzo 2009 e si inseriva nel quadro di un più ampio disegno di riforma che avrebbe dovuto portare a un cambiamento radicale nei rapporti tra PA, cittadini-utenti e imprese.

Obiettivo dichiarato, migliorare l’organizzazione del lavoro pubblico, assicurare il progressivo miglioramento della qualità delle prestazioni erogate al pubblico, ottenere adeguati livelli di produttività e riconoscere “finalmente” i meriti e i demeriti dei dirigenti pubblici e del personale tutto.

Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana una legge approvata con un iter di appena 15 mesi tentava il rilancio dell’efficienza e della produttività economica del settore pubblico nel nostro Paese. Tema spinoso, per non dire incandescente, che attira storicamente le ire dei sindacati, e non solo.

La riforma Brunetta puntava a coinvolgere tutte le amministrazioni pubbliche, dopo essere stata ampiamente condivisa dalle autonomie territoriali. Sei i punti cardine su cui si basava.

Trasparenza nella PA

Principio ispiratore della riforma, la trasparenza era intesa come accessibilità totale di tutte le informazioni su organizzazione, andamenti gestionali, utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali e risultati, attività di misurazione e valutazione, per consentire forme di controllo interno ed esterno, anche da parte dei cittadini.

Ogni amministrazione avrebbe dovuto adottare un programma triennale per la trasparenza della performance e prevedere un’apposita pagina web sul programma di trasparenza e integrità.

Premio al merito

L’asse della riforma Brunetta era l’attribuzione selettiva degli incentivi economici e di carriera, in modo da premiare i capaci e i meritevoli, invertendo la generale tendenza alla distribuzione a pioggia dei benefici che da decenni si verifica nella Pubblica amministrazione.

Il decreto fissava una serie di principi nuovi: non più di un quarto dei dipendenti di ciascuna amministrazione avrebbe potuto beneficiare del trattamento accessorio nella misura massima prevista dal contratto, non più della metà goderne in misura ridotta al 50%, mentre ai lavoratori meno meritevoli non sarebbe stato corrisposto alcun incentivo.

Inoltre venivano previste forme di incentivazione aggiuntive per le performance di eccellenza e per i progetti innovativi, criteri meritocratici per le progressioni economiche, l’accesso dei dipendenti migliori a percorsi di alta formazione.

Valutazione della performance

Per la prima volta il cittadino veniva messo al centro della programmazione degli obiettivi, grazie alla customer satisfaction, alla trasparenza e alla rendicontazione, e si rafforzava il collegamento tra retribuzione e performance.

Per rafforzare la cultura della valutazione e della trasparenza nelle amministrazioni avrebbero dovuto essere create un’apposita Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità e vari organismi indipendenti di valutazione, in ciascuna amministrazione.

La Commissione avrebbe dovuto predisporre ogni anno una graduatoria di performance delle singole amministrazioni statali in base alla quale la contrattazione collettiva nazionale avrebbe dovuto ripartire le risorse, premiando le migliori strutture e alimentando una competizione che, agli occhi di Brunetta, sarebbe stata finalmente “sana”.

Contrattazione collettiva nazionale ed integrativa

Il decreto si proponeva di dare vita a un processo di convergenza con il settore privato prevedendo che il dirigente, quale rappresentante del datore di lavoro pubblico, identificato in modo ampio nei cittadini utenti e nei contribuenti, fosse il responsabile della gestione delle risorse umane e della qualità e quantità del prodotto delle Pubbliche amministrazioni.

Anche qui si ponevano le basi per un legame forte tra contrattazione decentrata, valutazione e premialità: in particolare, veniva rafforzato, come per il settore privato, il condizionamento della contrattazione decentrata, e quindi della retribuzione accessoria, all’effettivo conseguimento di risultati programmati e di risparmi di gestione.

Dirigenti responsabili

I dirigenti avrebbero dovuto essere i veri responsabili dell’attribuzione dei trattamenti economici accessori, proprio perché a loro competeva la valutazione della performance individuale di ciascun dipendente, secondo criteri certificati dal sistema di valutazione.

La nuova normativa valorizzava insomma la figura del dirigente, che avrebbe avuto a disposizione strumenti concreti per operare e sarebbe stato teoricamente sanzionabile, anche economicamente, qualora non avesse svolto efficacemente il suo lavoro.

Sanzioni e procedimenti disciplinari

Estensione dei poteri del dirigente, riduzione e perentorietà dei termini, potenziamento dell’istruttoria, abolizione dei collegi arbitrali di impugnazione e sanzioni per i casi di false attestazioni di presenze o di falsi certificati medici avrebbero completato il quadro di riforma.

Questa sarebbe stata la riforma Brunetta della PA, se appena quattro anni dopo non fosse arrivato Renzi al governo. Marianna Madia ha ribaltato tutto.

Cosa cambierà nella PA con Brunetta ministro

Ora che la revisione della macchina pubblica è una condicio per ottenere i succulenti miliardi del Recovery Plan, Draghi si affida, di nuovo, a Brunetta. Il neo premier si appresta a una manovra da 32 miliardi per affrontare le emergenze economiche dovute all’epidemia da Coronavirus in Italia: allo studio del governo ci sono soprattutto il testo del decreto Ristori 5, che nella pratica rappresenta uno scostamento di bilancio, l’integrazione degli aiuti a imprese e famiglie, il rifinanziamento della cassa integrazione e gli effetti del blocco dei licenziamenti.

Brunetta, sul suo tavolo, si è trovato in primis il delicato dossier della regolamentazione dello smart working a cui la pandemia ha obbligato i dipendenti pubblici. La sua presunta frase sul rientro in presenza ha già fatto saltare sulle sedie lavoratori e sindacati, peccato fosse di giugno e non di adesso, come lui stesso ha precisato.

Una volta risolto il nodo del lavoro agile, è molto probabile che il neo ministro forzista rimetta mano al suo vecchio piano, portando avanti i punti di cui sopra, stavolta il più celermente possibile, per evitare che l’effetto novità nel pubblico svanisca in un soffio.

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