Brunetta stoppa lo smart working dei dipendenti pubblici? PA in rivolta, ma la frase era di giugno

Ha fatto letteralmente infuriare i dipendenti pubblici il nuovo ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, al suo secondo mandato in questa veste

AGGIORNAMENTO: Il ministro Brunetta ha risposto al Corriere della Sera, che aveva per primo dato la notizia, spiegando che la frase in oggetto faceva riferimento a un suo intervento di giugno 2020. Ecco le sue parole:

“Leggo sul sito del Corriere della sera di una mia intervista pubblicata in data odierna, alle ore 19.13, Dal titolo ‘Basta smart working, i dipendenti pubblici tornino in ufficio’. Il contenuto pubblicato nella sedicente intervista si riferisce ad un mio intervento a Tgcom24 in data 22 giugno dello scorso anno, periodo nel quale sembrava che la pandemia fosse in via di superamento, con il ritorno auspicato alla normalità. Quindi, io non ho rilasciato alcuna intervista, a nessuno, come doveroso riserbo, in attesa del discorso programmatico del Presidente del Consiglio Mario Draghi alle camere del prossimo mercoledì al senato e giovedì alla camera, con conseguente dibattito parlamentare e voto di fiducia. Sono sconcertato e dispiaciuto. Dal momento del giuramento, io non ho rilasciato alcuna intervista, né scritto alcun articolo. Nulla”.

Neanche 72 ore da ministro, ed è già polemica. Dopo aver nominato capo del suo Gabinetto l’ex direttrice generale di Confindustria Marcella Panucci, ha fatto letteralmente infuriare i dipendenti pubblici una sedicente frase che avrebbe pronunciato il nuovo ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, al suo secondo mandato in questa veste, durante un’intervista a Tgcom24.

Brunetta avrebbe, secondo il Corriere della Sera, dichiarato che è ora di tornare tutti al lavoro in presenza, anche i lavoratori della Pubblica amministrazione. Come se il lavoro da casa fosse vacanza. O assenteismo.

“Riaprire tutto: i Comuni devono funzionare, i tribunali devono funzionare, come funzionano gli ospedali. Non vedo perché se un ospedale funziona, non possa funzionare una scuola, un Comune, un ufficio urbanistica, un tribunale. Smettiamola per favore, basta: si torni tutti a lavorare”.

E ancora: “Se funzionano la Polizia, i Vigili del fuoco, i Carabinieri, nel senso che vanno a lavorare e non ci sono i Carabinieri in smart working, loro sono nelle loro automobili, fanno la pattuglie. Io sono alla Camera, con tutti i miei collaboratori, a lavorare: votiamo in un’aula, distanziamento, sicurezza, sanificazione certamente, ma si è tornati a lavorare”.

Parole che risuonano durissime, sì, in quella che è già una tempesta, considerata la situazione epidemiologica nel nostro Paese che certo non fa ben sperare per le prossime settimane, quando potremmo raggiungere un nuovo picco di casi per via delle varianti Covid, soprattutto quella inglese, che è passata in pochissimo tempo dal colpire l’1% della popolazione appena a quasi il 20%, e potrebbe diventare presto dominante, motivo per cui gli esperti da più parti invocano un nuovo lockdown di almeno 2 settimane, se non di un mese. Ma notizia assolutamente falsa, perché si tratta di parole riferite a giugno scorso.

Dipendenti pubblici e PA, i dati

Ad oggi circa il 40% dei dipendenti pubblici lavora da remoto. Il picco è stato raggiunto a maggio 2020 con l’87% dei lavoratori a distanza, ma anche successivamente si è proseguito con una versione “semplificata”.

Durante la pandemia il personale della PA sembra essersi adeguato bene al lavoro agile. I dati del monitoraggio del ministero della Pubblica amministrazione parlano di una maggiore adesione al Centro rispetto alle altre aree geografiche del Paese: circa l’82% a maggio 2020 e il 65% a settembre, dato da collegare alla concentrazione della PA centrale in questa area. Il dato di febbraio era 2,4%.

L’andamento del Nord è abbastanza simile a quello del Sud e delle Isole, soprattutto a partire da aprile. A maggio il Nord tocca il 49% e il Sud circa il 51%. A settembre il 32% al Nord e il 29% al Sud. La Regione con il maggior utilizzo è il Lazio, probabilmente in ragione della presenza della PA centrale, seguita dalla Liguria.

Osservando invece le differenze di genere, le donne mostrano livelli più alti. Ovvia fotografia della maggior necessità di conciliare lavoro e famiglia, perché l’uguaglianza nel nostro Paese è ancora terribilmente un tema aperto, miraggio lontanissimo che pesa, anche economicamente. Si passa dal 3% di febbraio al 66% di maggio.

La differenza rispetto agli uomini cresce parallelamente alla crescita dell’utilizzo del lavoro agile e raggiunge l’apice nel mese di maggio con +6% rispetto agli uomini. A metà settembre la quota femminile è ancora superiore: 48% circa a fronte del 44,4% maschile.

La PA centrale mostra livelli più alti: passa dal 3% di febbraio all’87% di maggio. A metà settembre è ancora sopra il 71%. Segue a ruota il comparto dell’Università e della Ricerca, che passa dal 6,8% di febbraio a circa l’80% di maggio e a circa il 70% di metà settembre. Gli enti locali hanno qualche difficoltà in più ad adottare il lavoro agile su ampia scala. Ad aprile comunque un dipendente su 2 era in lavoro agile; a settembre 1 su 3. I valori più bassi si riferiscono, come ovvio, alla Sanità, impegnata nella lotta contro la pandemia.

Smart working per la PA addio?

Lo smart working per i dipendenti PA dovrebbe durare fino al 30 aprile 2021. L’ex ministra per la Pubblica amministrazione Fabiana Dadone aveva infatti firmato il decreto 20 gennaio 2021 che prorogava le modalità organizzative, i criteri e principi in materia di flessibilità del lavoro pubblico e di lavoro agile stabiliti dal precedente decreto ministeriale 19 ottobre 2020, allineando di fatto la sua validità alla durata dello stato di emergenza per il Coronavirus.

Preoccupatissimi i sindacati, che hanno reagito alla presunta frase di Brunetta. La Cgil ha parlato di “scelta incomprensibile, quanto di più antitetico ai concetti di coesione, innovazione, investimenti nella partecipazione per gestire la transizione digitale e organizzativa in modo democratico e partecipato”. L’Usb ha bollato la sedicente dichiarazione del neo ministro persino come di “una vera e propria dichiarazione di guerra alla Pubblica amministrazione.

Smart working libero sulla base dei risultati raggiunti

Ai sindacati non piace nemmeno la proposta, avanzata da Flp-Federazione lavoratori pubblici, di rendere lo smart working tendenzialmente libero. “Chi vuole lo fa, chi non vuole non lo fa. Naturalmente garantendo il diritto alla disconnessione”, cioè a non essere sempre reperibili tramite computer o telefono.

Nessun rischio di un “tana liberi tutti”, assicura il segretario nazionale Marco Carlomagno, sicuro che l’efficienza della Pubblica amministrazione migliorerebbe se questa misura venisse accompagnata da una seconda novità, altra piccola grande rivoluzione che cambierebbe per sempre il volto del settore pubblico italiano, così bistratto ma certamente bisognoso di una riforma radicale, e non più rinviabile.

Secondo Carlomagno il 50% dello stipendio di tutti i dipendenti pubblici dovrebbe essere legato ai risultati raggiunti. Obiettivo peraltro non così impossibile, visto che già oggi una parte della retribuzione dei dipendenti pubblici è legata agli obiettivi, anche se si tratta di una fetta molto piccola che non coinvolge tutti.

Ma i sindacati bocciano categoricamente lo smart working libero con retribuzione parametrata ai risultati raggiunti. Cgil, Cisl, Uil e Confsal dicono un no secco tacciando l’ipotesi come “formalizzazione del cottimo”.

I sindacati sottolineano come proprio in queste settimane, all’Inps, sia in corso un confronto “serrato” sul nuovo sistema di misurazione e valutazione della performance che prevede di legare una quota del salario incentivante alla performance individuale misurata su parametri di struttura e su indici valutativi. Posizione su cui si sono sempre detti in totale disaccordo.

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