Pensioni minime 2027 fra rivalutazione e aumenti, quanto potrebbe valere l’assegno

Pensioni minime verso l'aumento nel 2027 grazie alla rivalutazione. E il Governo potrebbe confermare anche la maggiorazione straordinaria

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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Le pensioni minime si preparano a un nuovo aumento nel 2027. Dopo gli aggiornamenti riconosciuti negli ultimi anni, l’attenzione si sposta sulla prossima rivalutazione degli assegni, che dipenderà soprattutto dall’andamento dell’inflazione e dalle decisioni che il Governo prenderà con la prossima Legge di Bilancio.

Le ipotesi sul tavolo indicano incrementi ancora presenti ma non particolarmente elevati. A fare la differenza saranno due elementi: la perequazione automatica prevista dalla legge e l’eventuale conferma della maggiorazione straordinaria destinata alle pensioni minime, che al momento è finanziata fino al 31 dicembre 2026.

Come funzionano gli aumenti delle pensioni nel 2027

Il principale meccanismo che determina la crescita delle pensioni è la perequazione, cioè l’adeguamento automatico all’inflazione. L’obiettivo è mantenere il potere d’acquisto degli assegni, almeno in parte, seguendo l’andamento dei prezzi.

Secondo le regole attuali:

  • le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo ricevono la rivalutazione piena;
  • gli assegni compresi tra quattro e cinque volte il minimo ottengono il 90% dell’indice;
  • oltre cinque volte il minimo la rivalutazione scende al 75%.

Per il 2027 il Documento programmatico di bilancio ha stimato un’inflazione del 2,8% nel 2026. Se il dato sarà confermato, la rivalutazione delle pensioni dal 2027 potrebbe risultare maggiore rispetto a quella applicata quest’anno.

Di quanto potrebbero aumentare le pensioni minime

Secondo varie simulazioni, gli aumenti saranno legati quasi esclusivamente alla perequazione. Considerando uno scenario di inflazione compreso tra il 2% e il 2,8%, la pensione minima potrebbe salire indicativamente fino a 625 euro al mese. Tale importo viene indicato dalla simulazione del quotidiano Il Messaggero. L’importo definitivo, però, dipenderà dal tasso d’inflazione che verrà certificato e dalle decisioni contenute nella prossima Manovra.

La maggiorazione straordinaria

Accanto alla rivalutazione automatica c’è poi anche la maggiorazione straordinaria introdotta negli ultimi anni. L’ultima Legge di Bilancio ha previsto infatti un incremento aggiuntivo dell’1,3%, pari a circa 20 euro al mese, destinato ai circa 2,2 milioni di beneficiari delle pensioni minime.

La misura, però, scade il 31 dicembre 2026. Per mantenerla anche nel 2027 sarà necessario un nuovo intervento normativo. Senza una proroga, gli assegni continuerebbero comunque a essere rivalutati con il meccanismo ordinario, ma verrebbe meno l’aumento extra.

Chi potrebbe ricevere un aumento maggiore

Fra i pensionati, chi beneficia anche delle maggiorazioni sociali, come alcuni pensionati ultra 75enni in possesso dei requisiti previsti dalla legge, potrebbe ottenere importi leggermente più elevati se queste misure venissero confermate. Al contrario, in assenza di nuove risorse, gli aumenti, come detto, deriverebbero esclusivamente dalla rivalutazione automatica legata all’inflazione.

A chi spetta la pensione minima

Nel 2026 il trattamento minimo è pari a 619,80 euro al mese per tredici mensilità, comprensivo della rivalutazione prevista dalla normativa vigente.

Ma quando si parla di “pensione minima” ci si riferisce in realtà all’integrazione al minimo, cioè a un meccanismo che consente di aumentare l’importo di alcune pensioni quando l’assegno, calcolato sulla base dei contributi versati, risulta inferiore alla soglia stabilita ogni anno. L’integrazione non spetta automaticamente a tutti i pensionati. Per ottenerla è necessario essere titolari di una pensione che può essere integrata al minimo e rispettare i limiti di reddito previsti dalla legge. L’Inps verifica questi requisiti e, nella maggior parte dei casi, riconosce il beneficio direttamente al momento della liquidazione della pensione. Se la situazione reddituale cambia oppure i dati a disposizione dell’Istituto non sono aggiornati, il pensionato può richiedere il riconoscimento dell’integrazione attraverso i servizi online dell’Inps oppure rivolgendosi a un patronato.

Diverso è invece il tema dei requisiti per accedere alla pensione. La pensione di vecchiaia, ad esempio, richiede oggi almeno 67 anni di età e 20 anni di contributi, mentre la pensione di vecchiaia contributiva può essere riconosciuta anche con 71 anni di età e almeno 5 anni di contributi.