Pensioni, spunta l’ipotesi Damiano: 63 anni, flessibilità con penalizzazioni

Per superare la legge Fornero e proseguire lungo la traiettoria della riforma, il dirigente Pd rispolvera, con qualche correzione, una sua vecchia proposta del 2013

L’Unione europea torna a bacchettare l’Italia sulle pensioni. Nel suo consueto Country Report, la Commissione Ue giudica ancora una volta negativamente quanto fatto dal nostro Paese in tema di pensioni e chiede conto delle richieste di intervento avanzate negli scorsi mesi.

“Nessun progresso sull’attuazione delle riforme delle pensioni passate, per ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia sulla spesa pubblica e creare spazio per altra spesa sociale e pro-crescita” evidenzia Bruxelles.

Damiano e l’assist a Tridico

Posizione che è solo in parte in sintonia con quella dell’Inps. Il nostro sistema previdenziale funziona e non è a rischio. E, soprattutto, è necessario proseguire nella direzione di una riforma delle pensioni che porti alla definizione stabile di un sistema di uscita flessibile in grado di tenere conto non solo dell’età del lavoratore, ma soprattutto del mestiere svolto. Questa la strategia che l’Istituto sta portando avanti da tempo, anche con il suo nuovo presidente Pasquale Tridico.

A lui in questi giorni si aggiunge il rinforzo da parte del dirigente Pd Cesare Damiano, che si dice totalmente d’accordo con le sue dichiarazioni. “In primo luogo è vero che il sistema è sostenibile: non è più possibile accollare alla previdenza il costo dell’assistenza e calcolare l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil al lordo delle tasse” sostiene Damiano.

In secondo luogo, “è giusto individuare la flessibilità come muro portante di un nuovo sistema, mano a mano che ci avviciniamo al contributivo puro, che decollerà all’incirca dopo il 2030”.

Cosa prevede la proposta Damiano

Mentre la ministra della Pubblicazione amministrazione Fabiana Dadone punta a Quota 101, Damiano rilancia, con qualche correzione, una sua vecchia proposta di legge del 2013 che aveva studiato a tavolino con i colleghi Pierpaolo Baretta e Maria Luisa Gnecchi. Per l’ex ministro del Lavoro il punto da cui partire è il superamento della legge Fornero. “Per farlo bisogna fare i conti con le coperture finanziarie e con le risorse disponibili, che non sono mai molte. Per cominciare, basiamoci su quanto già esiste”.

La proposta che lui stesso definisce “più razionale” è quella che fa riferimento all’età pensionabile dell’Ape sociale: 63 anni. La stessa età della legge Fornero individuata inizialmente come soglia di riferimento per accedere alla pensione per coloro che avranno il sistema interamente retributivo, a partire dal 2036 circa.

La proposta allora prevedeva un’uscita a partire dai 62 anni, con una penalità annua del 2% per quanti decidevano di uscire anticipatamente rispetto alla riforma Fornero. Oggi l’idea sarebbe quella di andare in pensione a 63 anni, visto l’aumento dell’aspettativa di vita. Non solo: i lavoratori cosiddetti gravosi, cioè che svolgono lavori particolarmente duri o pericolosi, potrebbero anche uscire in anticipo senza penalità.

Quota 98 per chi svolge lavori gravosi

Damiano distingue tra chi svolge lavori “normali” e chi invece fa lavori usuranti e gravosi. In questo caso dovrebbero bastare, accanto ai 63 anni, i 35 di contributi (Quota 98). Per gli altri lavoratori si potrebbe immaginare un meccanismo con queste quote: 63 anni e 37 di contributi o 64 con 36 di contributi.

Per Damiano, anche riguardo le penalizzazioni si potrebbe riprendere la proposta di legge del 2013, che ebbe un significativo successo popolare ma non fu accolta dal Governo, che prevedeva una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo.

Infine, per i lavoratori precoci, si dovrebbe fissare il limite dei 41 anni di contributi per andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica.

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