L’Unione europea è intervenuta sulla disciplina che regola la produzione biologica. Con l’obiettivo di rendere più trasparente il mercato, rafforzare i controlli sulle importazioni e garantire maggiore chiarezza ai consumatori, sono state fissate nuove condizioni sull’utilizzo del logo biologico europeo per i prodotti provenienti dai Paesi extra Ue, un tema diventato sempre più strategico alla luce della forte crescita delle importazioni registrata negli ultimi anni.
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Cosa cambia per le produzioni bio
La revisione del regolamento (Ue) 2018/848, approvata dalla Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo è stata annunciata come una mossa necessaria per assicurare condizioni di concorrenza più equilibrate tra produttori comunitari e operatori esteri, aumentando allo stesso tempo le garanzie di trasparenza sulle informazioni fornite ai consumatori.
I legislatori sono partiti dal celebre logo biologico dell’Unione europea. Proprio l’utilizzo di questo simbolo, riconoscibile grazie alla foglia stilizzata composta dalle stelle bianche su sfondo verde, diventa ora più restrittivo per i prodotti biologici importati dai Paesi extra Ue (che nel corso del 2025 sono aumentati del 26% rispetto all’anno precedente, raggiungendo livelli record).
In particolare, si passa dal principio di equivalenza a quello di conformità. Gli operatori dei Paesi terzi, se desiderano apporre il logo europeo sui propri prodotti, non possono più limitarsi a seguire norme simili. Devono dimostrare di rispettare in modo speculare e rigoroso le identiche regole di produzione imposte agli agricoltori europei.
Se un prodotto importato non soddisfa al 100% i criteri di conformità della filiera europea, perde il diritto di esibire il logo dell’Unione europea in etichetta.
La restrizione mira a garantire che il logo verde rimanga un indicatore univoco e trasparente. Senza controlli efficaci, infatti, gli agricoltori europei rischiano di trovarsi a competere con produzioni ottenute secondo standard differenti, mentre i consumatori potrebbero avere maggiori difficoltà nel comprendere l’effettiva origine dei prodotti acquistati.
Al via la certificazione di gruppo che aiuta le piccole aziende
Tra le modifiche accolte positivamente dagli operatori del settore vi sono anche quelle relative alla cosiddetta certificazione di gruppo. Si tratta di uno strumento pensato soprattutto per le piccole aziende agricole che desiderano ottenere la certificazione biologica senza dover sostenere individualmente tutti i costi amministrativi e organizzativi previsti dalle procedure ordinarie.
Il nuovo assetto normativo riconosce la possibilità di certificarsi collettivamente e di:
- ridurre le spese burocratiche;
- condividere gli adempimenti;
- facilitare l’ingresso nel mercato biologico;
- aumentare la competitività delle aziende di minori dimensioni.
Il nodo della burocrazia
Nonostante gli aspetti positivi della revisione, secondo Coldiretti il problema principale del settore rimane l’eccessivo peso degli adempimenti amministrativi.
Come sostiene l’associazione, le imprese biologiche devono oggi affrontare un carico burocratico pari ad almeno il 30% in più rispetto alle aziende che operano nell’agricoltura convenzionale.
Ciò comporta:
- maggiori costi di gestione;
- tempi più lunghi per gli adempimenti;
- aumento delle verifiche documentali;
- maggiore complessità nelle certificazioni.
Ed è questa la situazione che più rischia di rallentare gli investimenti e scoraggiare nuove imprese dall’intraprendere la conversione al biologico, proprio in un momento in cui l’Unione europea punta ad ampliare le superfici coltivate con metodi sostenibili. Dal punto di vista economico, quindi, una riduzione della burocrazia potrebbe fare la differenza.
Secondo la presidente di Coldiretti Bio, Maria Letizia Gardoni, il percorso legislativo non è ancora concluso e nei prossimi confronti tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea sarà importante eliminare le disposizioni considerate poco chiare o eccessivamente complesse.