Stipendi bassi, la classifica delle aree con più lavoratori a rischio povertà in Italia

L'allarme di Filcams Cgil, in alcuni settori i lavoratori guadagnano meno di 13.950 euro annui: i dati su stipendi bassi e precarietà in Italia.

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

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Stipendi bassi, contratti precari, part-time involontario e lavoro stagionale stanno trasformando il fenomeno della povertà lavorativa in una delle principali emergenze del mercato del lavoro in Italia. Secondo i dati pubblicati da Filcams Cgil, un lavoratore su due nei comparti del terziario, del turismo e dei servizi percepisce un reddito al di sotto della soglia di povertà salariale.

Il 50% degli occupati analizzati guadagna 13.950 euro o meno all’anno. La soglia scende a 14.800 euro quando si considerano i lavoratori che hanno prestato attività per almeno dodici settimane nell’arco dell’anno. Anche in presenza di un’occupazione, per una parte consistente dei lavoratori italiani è quindi difficile raggiungere una condizione economica realmente stabile.

Dove si guadagna meno, la classifica territoriale

Se si considera la retribuzione annua, il Mezzogiorno è l’aria più a rischio. In particolare:

  • al Sud e nelle Isole il 60% dei lavoratori risulta in condizioni di povertà salariale. La situazione diventa ancora più grave quando si restringe l’attenzione al settore turistico, dove oltre l’80% degli addetti del Sud e delle Isole si trova sotto la soglia individuata come riferimento per il lavoro povero. In pratica, quattro lavoratori su cinque sono coinvolti dal fenomeno;
  • il Nord Ovest presenta percentuali inferiori, ma comunque preoccupanti. Qui più di un lavoratore su tre si trova sotto la soglia della povertà salariale.

Il settore dove i lavoratori sono più a rischio povertà

Il settore nel quale il fenomeno emerge con maggiore evidenza è il turismo. Secondo l’analisi, quasi sette lavoratori su dieci del comparto percepiscono una retribuzione annuale inferiore alla soglia della povertà salariale.

Eppure, anche se il settore turistico rappresenta uno dei principali motori occupazionali dell’economia italiana (con hotel, ristoranti, stabilimenti balneari, bar e strutture ricettive che lamentano spesso la carenza di personale), la crescita del numero di occupati non coincide con un miglioramento delle condizioni economiche.

Ed è proprio nel Mezzogiorno che, ancora una volta, il fenomeno raggiunge il livello più preoccupante: nel turismo, oltre l’80% degli addetti del Sud e delle Isole rientra nella fascia del lavoro povero.

Nei servizi, comprese attività come pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva, l’incidenza del lavoro povero invece supera il 50% (il 56,7% delle lavoratrici si trova in condizioni di povertà lavorativa, contro il 37,2% degli uomini). Solo nel commercio e nel terziario la percentuale è più bassa ma rimane comunque oltre il 30%.

Stipendi bassi e contratti precari: i numeri che bocciano l’Italia

Una delle ragioni alla base dei bassi redditi è la diffusione del part-time involontario. Non sempre lavorare meno ore rappresenta una scelta del dipendente. Secondo quanto emerso dall’analisi Filcams Cgil:

  • il lavoratore accetta un contratto a tempo parziale perché non trova un’occupazione a tempo pieno;
  • spesso, come emerso dalle testimonianze raccolte dal sindacato, il contratto indicherebbe un numero di ore inferiore rispetto a quelle effettivamente lavorate. Si possono trovare, per esempio, contratti da 18 ore settimanali a fronte di giornate lavorative che arrivano a otto o nove ore.

E meno ore formalmente riconosciute significano meno stipendio, minori contributi previdenziali e una minore tutela economica nel futuro. Inoltre, quelle non dichiarate incidono anche sulla contribuzione previdenziale, sulle ferie, sul trattamento di fine rapporto e sulla Naspi, che viene calcolata sulla base del rapporto di lavoro formalmente dichiarato.

In alcuni casi il compenso proposto ai lavoratori stagionali si aggirerebbe tra 800 e 1.100 euro al mese, spesso presentato come una cifra forfettaria (anche quando si tratta di attività con orari molto lunghi e limitate a pochi mesi).