Lo smart working torna al centro del dibattito sul mercato del lavoro italiano. A riaccendere il confronto è la decisione di UniCredit, guidata da Andrea Orcel, di modificare le regole sul lavoro agile, superando il sistema che consentiva ai dipendenti di lavorare da casa fino a dieci giorni al mese. Una scelta contestata dai sindacati, che temono una riduzione della flessibilità e chiedono un confronto con il management.
La decisione della banca arriva in una fase in cui il lavoro da remoto sta attraversando una trasformazione: dopo la forte espansione durante la pandemia e il successivo consolidamento dei modelli ibridi, diverse imprese stanno rivedendo le proprie politiche, privilegiando in alcuni casi il ritorno in ufficio. Questo, però, non significa che lo smart working stia scomparendo. I dati del Centro Studi di Assolombarda mostrano infatti una situazione molto differenziata sul territorio, con una presenza ancora significativa soprattutto nel Nord Italia e nelle grandi aree urbane.
Smart working in Italia: quante aziende lo applicano ancora
Per capire quanto sia diffuso oggi il lavoro agile in Italia bisogna distinguere tra il numero di lavoratori che operano da casa e la percentuale di imprese che consentono questa modalità organizzativa. Sono due indicatori diversi, che restituiscono un quadro non sempre coincidente.
Secondo l’edizione 2026 dell’indagine di Confindustria sul lavoro, riferita al 2025, il 30,8% delle imprese ha adottato lo smart working. Nelle aziende che prevedono questa possibilità, il lavoro agile ha coinvolto il 33,7% dei dipendenti non dirigenti, soprattutto attraverso formule ibride che prevedono il lavoro da remoto per non più di due giorni alla settimana. Si tratta di un dato significativo, che conferma come il lavoro agile sia ormai entrato nell’organizzazione di una parte consistente del sistema produttivo, pur senza diventare una modalità generalizzata.
Un’altra indicazione arriva dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano: nel 2025 i lavoratori che hanno svolto almeno una parte della propria attività da remoto sono stati circa 3 milioni e 575 mila, con un incremento dello 0,6% rispetto al 2024. La diffusione rimane particolarmente elevata nelle grandi imprese, dove il lavoro agile è presente nel 95% dei casi, mentre tra le piccole e medie imprese la percentuale scende al 45%. Nella Pubblica amministrazione raggiunge invece il 67%.
Non esiste, quindi, un unico numero assoluto aggiornato che permetta di stabilire quante aziende italiane, in totale, mantengano attivo lo smart working. Le rilevazioni disponibili utilizzano campioni e metodologie differenti, ma concordano su un elemento: il lavoro da remoto resiste soprattutto nelle organizzazioni più grandi e nei comparti in cui le mansioni possono essere svolte senza una presenza fisica continuativa.
Il divario con l’Europa: Italia ancora indietro
Il confronto internazionale mette in evidenza una diffusione del lavoro agile ancora limitata nel nostro Paese. Secondo Eurostat, nel 2025 soltanto l’8,2% degli occupati italiani tra i 15 e i 64 anni ha lavorato da casa occasionalmente o abitualmente. La percentuale colloca l’Italia al penultimo posto tra i 27 Paesi dell’Unione europea, con una distanza di 15 punti percentuali rispetto alla media comunitaria, pari al 23%. Il dato è inoltre in diminuzione rispetto al 10,3% registrato nel 2024 e al picco del 14,8% raggiunto nel 2021, durante l’emergenza sanitaria.
La flessione, tuttavia, non significa necessariamente che le imprese stiano eliminando il lavoro agile. Come evidenzia Assolombarda, una parte della riduzione può essere legata alla revisione delle modalità di utilizzo, con una maggiore selezione delle attività e delle figure professionali per le quali il lavoro da remoto risulta effettivamente compatibile.
Dove resiste lo smart working: il Nord e l’area milanese in testa
La distribuzione territoriale è uno degli aspetti più interessanti dell’analisi realizzata dal Centro Studi di Assolombarda, che ha incrociato i dati Eurostat con le informazioni amministrative sulle presenze al lavoro contenute nel database Zucchetti. L’elaborazione riguarda quasi 1,1 milioni di dipendenti appartenenti a circa 18 mila imprese del Nord Italia. Non si tratta di un campione statisticamente rappresentativo dell’intero sistema produttivo nazionale, ma di una base di osservazioni molto ampia, utile per individuare le differenze geografiche.
I risultati mostrano che nel Nord Italia la quota di lavoratori che svolge almeno parte della propria attività da casa raggiunge il 12%, una percentuale superiore alla media nazionale dell’8,2%. Il dato sale ulteriormente nel cosiddetto quadrilatero di Assolombarda, che comprende Milano, Monza e Brianza, Pavia e Lodi, dove gli smart worker rappresentano il 16,2% degli occupati considerati. Nel resto del Nord la quota si ferma al 9,1%. Ancora più significativo il risultato della Città metropolitana di Milano, dove la percentuale arriva al 17,1%. Nel dettaglio, si attesta al 17,3% nelle aziende situate nel Comune di Milano e al 16,6% in quelle dell’hinterland.
Anche il confronto con il 2024 mostra una maggiore tenuta del lavoro agile in queste aree. Nel Nord la quota è passata dall’11,1% al 12%, mentre nel Comune di Milano è salita dal 16,5% al 17,3%. Un andamento diverso rispetto alla flessione evidenziata dalla statistica nazionale Eurostat.
Assolombarda: il 60% delle imprese associate utilizza il lavoro agile
Un’ulteriore conferma della diffusione dello smart working arriva dall’indagine annuale condotta da Assolombarda tra le proprie aziende associate. Nel 2025 questa modalità organizzativa risulta presente nel 60% delle imprese che hanno partecipato alla rilevazione e coinvolge il 54% dei loro dipendenti.
Si tratta di percentuali decisamente più alte rispetto alla media nazionale, ma occorre considerare le caratteristiche del campione. Le imprese associate ad Assolombarda sono mediamente più grandi rispetto allo standard italiano, maggiormente orientate all’innovazione e all’internazionalizzazione e comprendono una quota significativa di attività del terziario innovativo, oltre a funzioni amministrative di grandi gruppi industriali e multinazionali. Sono proprio questi i contesti nei quali il lavoro da remoto trova maggiori possibilità di applicazione. Al contrario, nell’industria manifatturiera, nella produzione e nelle attività che richiedono la presenza fisica del personale, la flessibilità è necessariamente più limitata.
Il quadro che emerge è quindi quello di un mercato del lavoro a diverse velocità: lo smart working continua a essere una possibilità concreta soprattutto per i lavoratori dei servizi, delle funzioni amministrative e delle professioni digitali, mentre resta meno accessibile per chi svolge mansioni legate alla produzione o al contatto diretto con il pubblico.