Il lavoro che manca, la classifica dei Paesi con più persone escluse

Disoccupazione, inattività e riserva di lavoro: quante sono le persone che non stanno lavorando ma vorrebbero? Il confronto tra l'Italia e l'Europa

Foto di Federica Petrucci

Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

3 min di lettura

Chiedi a QuiFinanza

Nel secondo trimestre del 2026 risulta essere pari a 24,4 milioni il numero di occupati in Italia. Nel nostro Paese, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 5,6%, quello di partecipazione al mercato del lavoro è tornato a crescere, arrivando al 67%, con un aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al primo trimestre.

Accanto a chi lavora e a chi cerca attivamente un’occupazione, però, esiste una platea molto ampia di persone che vorrebbe lavorare o potrebbe essere disponibile a farlo, ma per diversi motivi non lo sta facendo. È la cosiddetta riserva di lavoro inutilizzata che, come riportato nel Documento programmatico di finanza pubblica, registra in Italia un valore superiore alla media europea.

Quante sono le persone in Italia che non lavorano, ma vorrebbero

Utilizzando come riferimento il labour market slack, un indicatore che consente agli esperti di individuare le risorse di lavoro non pienamente utilizzate, in Italia sono 4 milioni i soggetti che non stanno lavorando, pur essendo potenzialmente disponibili a entrare nel mercato. Nel secondo trimestre del 2026 il valore si è attestato intorno al 14,3 – 14,4% delle forze di lavoro estese, ovvero delle persone catalogate come inattive ma che hanno un legame indiretto con la ricerca di un’occupazione.

In questa categoria rientrano uomini e donne tra i 15 e i 74 anni che cercano lavoro ma:

  • cercano lavoro ma non sono subito disponibili per motivi personali o familiari o, comunque, non potrebbero iniziare a lavorare entro due settimane;
  • non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (ad esempio i cosiddetti sfiduciati, chi ha smesso di cercare perché pensa di non trovare opportunità), che dichiarano che accetterebbero un’occupazione se si presentasse.

Le percentuali attuali, pur risultando in netto calo rispetto a quelle del decennio precedente (nel 2014 la platea aveva superato i 7,9 milioni), restano comunque al di sopra della media europea, pari all’11,8%.

Ci sono più inattivi o disoccupati in Italia?

La riserva di lavoro inutilizzata in Italia si è quasi dimezzata nel giro di poco più di un decennio, anche grazie alla crescita dell’occupazione registrata dopo la pandemia. Ma tra i 4 milioni di persone considerate nello slack,:

  • la componente più numerosa è quella degli inattivi disponibili, circa 2 milioni di persone. All’interno di questa voce rientrano i lavoratori part-time sottoccupati, cioè persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare più ore;
  • seguono i disoccupati, che sono circa 1,49 milioni.

Ci sono poi le forze di lavoro potenziali, che si dividono principalmente in due gruppi:

  • da una parte ci sono gli attivi non disponibili, che cercano un impiego ma che, per diversi motivi, non sono immediatamente disponibili a iniziare a lavorare;
  • dall’altra ci sono gli inattivi disponibili, che non stanno cercando attivamente un lavoro ma che, se si presentasse un’opportunità, sarebbero disponibili a lavorare.

È soprattutto quest’ultima componente a caratterizzare il caso italiano.

I più esclusi

La distribuzione della riserva di lavoro inutilizzata interessa soprattutto donne e giovani. In particolare, nel secondo trimestre del 2026, in Italia:

  • il tasso di inattività femminile è risultato pari al 41,3%, contro una media europea del 28,4%;
  • il tasso di inattività tra i giovani (15-24 anni) ha raggiunto il 78,4%, mentre nell’Unione europea si ferma al 59,6%. Le donne rappresentano circa il 55% del totale, nonostante la loro incidenza sia diminuita di circa 7 punti percentuali dal 2010.

Dal punto di vista anagrafico:

  • la fascia 25-54 anni rappresenta circa il 64% degli inattivi disponibili;
  • la fascia 15 -24 anni il 16%;
  • la fascia 55-74 anni il 19%.

La classifica europea

Il confronto con le altre grandi economie europee permette di capire meglio la dimensione del fenomeno. In termini assoluti:

  • la Francia presenta oltre 5 milioni di persone nello slack;
  • la Spagna arriva a circa 4,6 milioni;
  • l’Italia si colloca a circa 4 milioni.

Guardando all’incidenza sulla forza lavoro estesa, però, la situazione cambia, lo slack raggiunge:

  • il 15,4% in Francia;
  • il 17,7% in Spagna;
  • il 14,4% in Italia.

Mentre la media europea si ferma all’11,8%, la differenza più interessante riguarda però la composizione:

  • in Francia e Spagna il numero dei disoccupati è superiore a quello italiano, oltre 2 milioni in entrambi i Paesi contro circa 1,4-1,5 milioni in Italia;
  • l’Italia, invece, presenta una quantità maggiore di inattivi disponibili, circa 2 milioni contro circa 660mila in Francia e 650mila in Spagna.

Il confronto internazionale mostra quindi una caratteristica strutturale dell’Italia. Da una parte la disoccupazione è diminuita più rapidamente in Italia rispetto a Francia e Spagna. Dall’altra, rimane molto ampia la platea di persone che non sono formalmente disoccupate perché non cercano un lavoro, ma che sarebbero disponibili a lavorare.

È una distinzione importante in un mercato del lavoro come il nostro, caratterizzato da difficoltà di reperimento del personale, poiché i numeri confermano che esiste una consistente popolazione potenzialmente attivabile.