L’innovazione tecnologica non brucia posti di lavoro. Crea nuove opportunità

La paura che l’innovazione possa creare disoccupazione è in gran parte infondata. Serve un sistema scolastico che insegni a gestire la rivoluzione industriale

La storia è sempre stata segnata da tecnologie che hanno sostituito la fatica dell’uomo, al fine di migliorare le condizioni di vita. E i lavori non sono mai scomparsi. Sono cambiati. La rivoluzione industriale, con l’arrivo del motore a scoppio, prima e dell’energia elettrica, poi, fece strage di antichi mestieri.

L’era dell’innovazione digitale si sta affermando con le stesse modalità, sottrare all’uomo le attività di basso livello – così come il trattore, l’aratro. Un cambiamento che crea nuove opportunità, a patto di avere una preparazione adeguata. È necessario sapere guidare il trattore.

La fine dei lavori, la disoccupazione di massa è uno spauracchio, spesso sventolato, per nascondere le mancanze, gli errori strategici di un intero Paese. È il caso italiano, dove è palese l’assenza di una formazione adeguata ai bisogni delle aziende. È completamente saltata la corrispondenza tra i lavori richiesti e la preparazione offerta dal sistema scolastico o formativo in generale. Oggi servono competenze adeguate per gestire l’innovazione tecnologica. Certo è indubbio che potrebbe esserci un momento di transizione. Molti lavoratori rischierebbero di essere considerati inadeguati, ma se venisse creata una struttura efficiente per fornire preparazione, ci sarebbe una durata limitata del passaggio a un’economia digitale, con impatti sociali minimi.

Serve una scuola in grado di fornire ai giovani il giusto equilibrio tra conoscenza tecnica e forma mentale in fase con il nuovo orizzonte. Il cambiamento non deve essere inteso come un pericolo, anzi.

Non ci sono altre soluzioni per avere occupazione. Ben pagata.

Esiste un’evidenza incontestabile, il costo del lavoro in Italia è basso. Gli stipendi italiani sono in fondo alle classifiche europee, ma non, come si vuole fare credere, per un’eccessiva pressione fiscale. La verità è un’altra, più scomoda da dire: si paga poco un lavoro a bassa intensità tecnologica, facilmente sostituibile e più soggetto alla concorrenza dei Paesi emergenti. È questo il grande problema.

In Germania i lavoratori sono meglio pagati? Certo perché esiste una competenza tecnologica diffusa, che serve alle aziende. Eppure, le imposte non sono basse. In Lombardia il costo del lavoro si aggira attorno ai 25,13 €/h, nella regione di Stoccarda 37,78 €/h, in Veneto 23,24 €/h, nella regione della Turingia 24,52 €/h, nella Borgogna in Francia 29,09 €/h (dati Eurostat 2019).

Come è possibile avere una fiscalità alta e stipendi meglio remunerati? La risposta sta nella più elementare legge del mercato: l’offerta (di lavoro) corrisponde alla domanda (delle aziende). Nel sistema scolastico tedesco sono presenti i noti – almeno per gli operatori del settore – Fraunhofer. Sono un’organizzazione che raccoglie 60 istituti di scienza applicata. Ci lavorano circa 24mila tra ricercatori e ingegneri, con un budget di ricerca annuo di circa 2,1 miliardi di euro. Il Fraunhofer è finanziato al 30% attraverso fondi pubblici (governo federale o governo locale). Il 70% dei ricavi viene da contratti con industrie o da bandi per progetti di ricerca applicata, sia a livello nazionale sia internazionale. Il compito di questi istituti è quello di trasferire tecnologia dalle università alle industrie. In questo modo i giovani ricercatori sono accompagnati verso il modo del lavoro, nelle fabbriche. È un sistema avanzato per sostenere innovazione e occupazione qualificata, quella che non teme la tecnologia. La sfrutta.

Nel nostro Paese non abbiano qualcosa di simile. L’inserimento dei ricercatori, la loro formazione è completamente a carico delle imprese, che poi sono quelle che – di fatto – fanno pure ricerca. Lo svantaggio competitivo rispetto alla Germania è evidente. Là un sistema consolidato e istituzionale, qui l’innovazione viene lasciata alla buona volontà e a una capacità di investimento frazionata, per forza inferiore.

Bisogna agire proprio su questo terreno. Alle imprese servono lavoratori qualificati, i giovani hanno l’opportunità di trovare occupazione con ottimi stipendi se adeguatamente preparati. Un dare e avere perfetto, equilibrato. Purtroppo, non è così. Ed è un peccato.

La formazione vince la sfida tecnologica. Non solo, ha le potenzialità di abbattere le diseguaglianze sociali. Recentemente è stato pubblicato un interessante libro, “Il danno scolastico” di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi. Una scuola facile e di bassa qualità – si afferma – allarga il solco tra ceti alti e ceti bassi. Tesi condivisibile che può essere integrata da un’altra considerazione: l’istruzione deve essere di qualità e in linea con le dinamiche dell’economia.

Solo disponendo di una scuola all’avanguardia, i robot, l’industria 4.0 e in generale la tecnologia non sono i nemici dell’occupazione. Al contrario, sono la molla per il miglioramento, in termini di occupazione e di reddito, per innescare l’ascensore sociale. Verso l’alto.

Una grande sfida sarà quella del passaggio all’auto elettrica. Come evidenziato dal Data room di Milena Gabbanelli del 22 novembre, la transizione potrebbe causare la perdita di 60mila posti di lavoro. Previsioni realistiche se il nostro Paese resterà spettatore.

Se, invece, il problema sarà trasformato in soluzione, gli esiti saranno sicuramente diversi. Occorre che il sistema industriale cambi paradigma. Il tessuto produttivo deve, insieme alle istituzioni e ai grandi marchi, operare sul terreno del cambiamento e dell’innovazione. E, torniamo all’argomento di partenza, deve essere chiaro che è necessario predisporre strumenti – formativi – per gestire il passaggio a un lavoro diverso rispetto a quello attuale.

Un segnale importante, in questa direzione, arriva dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che destina 1,5 miliardi di euro alla riforma e alla riorganizzazione degli ITS (Istituti Tecnici Superiori). Un imponente investimento destinato a formare nuovi docenti e migliorare i laboratori che utilizzano tecnologie 4.0.

Gli ITS sono poco conosciuti non solo alle famiglie e agli studenti, spesso anche ai docenti. Rappresentano un’alternativa all’università, per chi ha concluso il ciclo della scuola secondaria superiore.

Da Nord a Sud, i giovani che escono da questi istituti hanno presto in mano un contratto di lavoro. Il motivo? Semplice: dispongono di quelle competenze post diploma strategiche per la manifattura avanzata italiana. Sono esperti nel management del turismo e della cultura 4.0, nella meccanica o nell’aerospazio. Oggi gli ITS registrano circa 18mila frequentanti. Troppo poco, un numero di nicchia se si considerano gli oltre 800mila giovani inseriti nei corrispettivi istituti tedeschi.

Occorre insistere in questi tipo di formazione, perché solo diventando padroni dell’innovazione possiamo guardare ai grandi cambiamenti, inevitabili, con fondato ottimismo. Anzi per creare delle condizioni, sia di lavoro, sia sociali decisamente migliori.

Riccardo Sotgiu, Amministratore delegato Loson e Consigliere Gruppo meccatronica di Assolombarda

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