Fallisce Varta, la storica azienda tedesca di batterie. È un duro colpo per l’industria europea delle batterie, già provata da crisi recenti come quella della svedese Northvolt. Il gruppo tedesco, fondato nel 1887 e per decenni punto di riferimento nel mercato delle pile e dei sistemi di accumulo energetico, ha presentato quattro istanze di insolvenza presso il tribunale di Stoccarda.
Oltre alle sue note batterie per uso domestico, il gruppo produce, tra gli altri prodotti, microbatterie per apparecchi acustici e sistemi di accumulo di energia.
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I motivi del fallimento
I motivi di questa crisi hanno radici lontane, tra cause strutturali e strategiche. Negli ultimi anni Varta ha subito una crescente pressione competitiva da parte dei produttori asiatici, capaci di offrire batterie a costi significativamente inferiori grazie a economie di scala e a filiere produttive più efficienti. Questo squilibrio ha eroso quote di mercato e margini, mettendo in difficoltà un gruppo storicamente posizionato su standard qualitativi elevati ma meno competitivo sul prezzo.
Il colpo più duro è però arrivato dal lato commerciale. La perdita della commessa di Apple in primavera è stato il colpo decisivo. L’azienda di Cupertino ha infatti affidato ai produttori cinesi la fornitura delle batterie ricaricabili CoinPower per gli AirPods. La decisione ha reso necessaria la chiusura dello stabilimento di Nördlingen, in Baviera, dove lavorano circa 350 dipendenti su 3.260 a livello globale. Senza questo contratto, Varta ha visto ridursi drasticamente una delle sue principali fonti di ricavi.
I prossimi passi per Varta
La scelta di ricorrere all’amministrazione controllata arriva al termine di una crisi finanziaria che si trascina da anni. Nemmeno il piano di ristrutturazione avviato nel 2024 è riuscito a invertire la rotta. In quell’occasione, la società aveva annunciato di aver rimesso in ordine i conti e di essere tornata su un percorso di stabilità. Tuttavia, i risultati economici hanno continuato a peggiorare: l’ultimo bilancio disponibile evidenzia un fatturato di circa 793 milioni di euro, a fronte di perdite nette per oltre 64 milioni e un margine operativo negativo.
Determinante è stato il rifiuto degli azionisti di riferimento di immettere nuova liquidità. Tra questi figurano Porsche, che aveva acquisito una quota rilevante della divisione V4Drive, e l’imprenditore austriaco Michael Tojner. Nonostante la necessità di reperire in tempi brevi decine di milioni di euro per sostenere l’attività, nessuno degli investitori ha accettato di rafforzare il capitale, rendendo inevitabile il ricorso al tribunale.
Per la Germania, già alle prese con la difficile transizione del settore automotive, si tratta di un ulteriore segnale di fragilità.
Una strada per evitare la liquidazione
L’ultima speranza per il colosso potrebbe essere lo smembramento: un pool di creditori, guidato da Deutsche Bank, sarebbe intenzionato a scorporare l’azienda e rilevare la divisione delle batterie per uso domestico, che è in attivo ed vale da sola circa 240 milioni di euro, mentre Tojner ha espresso interesse per il ramo micro-batterie.
Oltre 3mila posti di lavoro a rischio
Le conseguenze sul piano occupazionale sono già evidenti. Lo stabilimento di Nördlingen, in Baviera, chiuderà in autunno, con la perdita di 350 posti di lavoro.
Ma l’incertezza riguarda l’intera forza lavoro del gruppo, che conta complessivamente circa 3.260 dipendenti, molti dei quali impiegati nella sede centrale di Ellwangen. Il rischio è che la procedura di insolvenza si traduca in un ridimensionamento significativo della presenza industriale.