Caldo estremo, divieto di lavoro nelle ore torride e cassa integrazione: a chi spetta

Il Cdm riattiva gli strumenti per proteggere i lavoratori durante le ondate di calore eccessivo. Stop alle attività più esposte e accesso agli ammortizzatori quando le temperature, effettive e percepite, diventano proibitive

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

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Le ondate record di calore di queste settimane hanno provocato decine di ricoveri tra diverse categorie di lavoratori. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge che reintroduce “norme già vigenti negli scorsi anni, sulla possibilità per alcuni operatori economici di sospendere o ridurre l’attività lavorativa”. Con conseguente accesso in deroga al trattamento di cassa integrazione.

La misura riguarda soprattutto i settori più esposti come edilizia, agricoltura, manutenzione urbana, cave e attività all’aperto, ma può interessare anche mansioni al chiuso quando il caldo rende impossibile operare in sicurezza. Si parla non solo di temperatura registrata, ma anche quella percepita. E che dunque può aumentare in modo significativo in presenza di umidità, esposizione diretta al sole, macchinari caldi o dispositivi di protezione obbligatori.

Quando scatta il divieto di lavoro nelle ore più calde

Il divieto di lavoro nelle ore torride non è automatico per tutte le attività e in tutto il territorio nazionale. In molte Regioni le ordinanze già adottate prevedono lo stop nelle fasce centrali della giornata, di solito tra le 12:30 e le 16:00, ma soltanto nei giorni e nelle aree in cui le mappe di rischio indicano condizioni pericolose per i lavoratori esposti al sole.

Il riferimento operativo utilizzato da molte ordinanze regionali è la piattaforma Worklimate, sviluppata da Inail e Cnr, che segnala il livello di rischio per lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisica intensa. L’obiettivo è ovviamente evitare che l’attività prosegua nei momenti della giornata in cui il rischio di colpi di calore, disidratazione e malori diventa più elevato. Le restrizioni si applicano soprattutto a:

  • cantieri edili all’aperto;
  • lavori stradali;
  • attività agricole e florovivaistiche;
  • cave;
  • manutenzione urbana;
  • lavori con esposizione prolungata al sole.

Cassa integrazione per caldo eccessivo: quando è prevista

La cassa integrazione può essere riconosciuta quando le temperature rendono impossibile o pericoloso proseguire l’attività lavorativa. Le indicazioni dell’Inps fissano una soglia di riferimento intorno ai 35 gradi centigradi.

Tuttavia, come accennato, non conta soltanto la temperatura reale misurata dal termometro. L’Istituto ha chiarito che viene valutata anche la temperatura percepita, che può risultare più alta per effetto dell’umidità o delle condizioni concrete in cui si lavora.

Ciò implica che la cassa integrazione può essere richiesta anche quando la temperatura effettiva è inferiore ai 35 °C, se il caldo percepito e le condizioni operative rendono rischioso continuare. La valutazione deve tenere conto di diversi fattori, tra cui:

  • esposizione diretta al sole;
  • tasso di umidità;
  • assenza di ventilazione;
  • uso di macchinari che producono calore;
  • obbligo di indossare caschi, tute o altri dispositivi di protezione;
  • intensità dello sforzo fisico richiesto.

Chi può chiedere la cassa integrazione per il caldo

La possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali riguarda le imprese che devono sospendere o ridurre l’attività per ragioni climatiche eccezionali.

In base alle istruzioni già applicate in passato dall’Inps, il datore di lavoro può chiedere la cassa integrazione ordinaria quando il caldo impedisce lo svolgimento sicuro delle lavorazioni. Nei settori non coperti dalla Cigo (Cassa integrazione guadagni ordinaria) possono intervenire, nei casi previsti, l’assegno ordinario del Fondo di integrazione salariale o dei fondi bilaterali.

Le categorie più esposte sono naturalmente i lavoratori che operano all’aperto nelle ore diurne, ma la tutela non si limita a questi casi. Anche chi lavora al chiuso può rientrare nella protezione se l’ambiente non può essere adeguatamente ventilato o raffrescato per cause imprevedibili e non imputabili al datore di lavoro. O anche nei casi in cui l’utilizzo dei sistemi di raffreddamento non è compatibile con la lavorazione.

Come funziona la richiesta all’Inps

Per ottenere la cassa integrazione per i casi illustrati, l’azienda deve motivare la richiesta indicando che la sospensione o riduzione dell’attività è dovuta a temperature elevate.

Non basta richiamare genericamente il caldo. Occorre spiegare perché quelle condizioni impediscono di lavorare in sicurezza, tenendo conto dell’attività svolta, del luogo di lavoro, degli orari e degli eventuali dispositivi utilizzati dai dipendenti. La valutazione può coinvolgere anche il responsabile della sicurezza, perché la decisione deve essere collegata alla tutela della salute dei lavoratori.

L’Inps considera rilevanti non solo i bollettini meteo, ma anche il contesto concreto. Un cantiere esposto al sole, un campo agricolo o un’attività con uso di DPI pesanti possono presentare rischi molto diversi rispetto a un ambiente climatizzato.