La figlia lavora due ore al giorno, il Tribunale revoca il mantenimento

Il Tribunale revoca l'assegno a una 22enne che lavorava part-time: decisive l'assenza di formazione e la mancata prova di un impegno reale

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Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

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Il mantenimento dei figli maggiorenni non è un assegno destinato a durare per tutta la vita. Se il beneficiario non raggiunge l’indipendenza economica, deve dimostrare di essersi impegnato nella propria formazione e nella ricerca di un lavoro, senza attribuire ad altri le conseguenze delle proprie scelte o della propria inerzia.

Sul punto c’è una consolidata giurisprudenza come conferma il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con la sentenza 2966/2026. Quest’ultima richiama il principio generale di autoresponsabilità dei figli maggiorenni e chiarisce un aspetto fondamentale: non basta dimostrare di guadagnare poco per conservare il diritto all’assegno.

Assegno di mantenimento alla figlia, perché il padre ha chiesto la revoca

La controversia nasceva da una domanda di modifica delle condizioni di divorzio. Con un precedente provvedimento, il padre era stato obbligato a versare 450 euro mensili per il mantenimento della figlia all’epoca minorenne.

In seguito l’uomo si era sposato una seconda volta e aveva avuto un altro figlio, affetto da disturbo dello spettro autistico e bisognoso di interventi medici specialistici. Sosteneva, inoltre, che la figlia avesse nel frattempo interrotto gli studi e iniziato a lavorare, raggiungendo l’indipendenza economica senza dirgli nulla.

Aveva così chiesto al giudice la revoca dell’assegno o almeno la sua riduzione, facendo valere sia la presunta autosufficienza della ragazza sia il peggioramento della propria situazione economica.

La madre e la figlia si erano opposte. Secondo la loro ricostruzione, la giovane aveva lavorato soltanto per brevi periodi, aveva perso involontariamente precedenti occupazioni e aveva temporaneamente percepito l’indennità di disoccupazione. La madre, inoltre, dichiarava di guadagnare appena 800 euro mensili come cameriera, evidenziando le difficoltà nel provvedere al sostentamento della figlia.

La revoca del contributo da parziale a totale

In via provvisoria, il giudice relatore aveva ridotto l’assegno da 450 a 300 euro mensili, lasciando invariate le disposizioni sulle spese straordinarie. Il pubblico ministero aveva chiesto al Tribunale di confermare questa misura, ma il collegio, al momento della decisione definitiva, ha disposto la revoca integrale del contributo mensile.

A determinare la scelta della magistratura sono stati la situazione lavorativa e il contratto della ventiduenne. Dalle stesse sue difese, infatti, risultava che la ragazza svolgesse un’attività part-time per sole due ore al giorno.

Non era stato però dimostrato che stesse seguendo un percorso di studi, una formazione professionale o un apprendistato, né che si fosse impegnata concretamente nella ricerca di un lavoro più stabile e remunerativo.

Tra non autosufficienza economica e richiesta di revoca dell’assegno: chi deve provare che cosa

Il Tribunale ha richiamato un precedente giurisprudenziale della Cassazione (sentenza 17183/2020) che valorizza i principi di autoresponsabilità. Per legge, chi pretende un diritto deve dimostrare i fatti che ne costituiscono il fondamento (art. 2697 del Codice civile). Perciò una volta raggiunta la maggiore età, spetta al figlio che richiede il mantenimento – o a chi agisce nel suo interesse – provare le condizioni che giustificano la prosecuzione del sostegno economico.

In particolare la prova riguarda due aspetti distinti:

  • la mancanza di indipendenza economica;
  • l’impegno concreto nella preparazione professionale o tecnica e nella ricerca del lavoro.

Non basta dire quindi che la paga è scarsa. Occorre dimostrare – con indizi ed elementi concreti – di essersi attivati per trovare occupazione e avere investito seriamente nella formazione, tenendo conto di capacità personali e opportunità occupazionali.

Questo non significa che il genitore sia sempre esonerato da qualsiasi onere probatorio. Nel procedimento di modifica delle condizioni di divorzio, chi chiede la revoca deve fondare la propria domanda su circostanze precise e dimostrare i presupposti della modifica richiesta. Tuttavia, una volta che il figlio maggiorenne rivendica il mantenimento, non è il genitore a dover dimostrare in ogni caso che abbia raggiunto un’indipendenza economica effettiva e stabile o che abbia rifiutato un lavoro adeguato alle proprie aspirazioni.

Quando un lavoro part-time fa perdere il mantenimento

La sentenza non dice che qualsiasi occupazione, anche breve o poco retribuita, faccia automaticamente venir meno il diritto al mantenimento. Nella vicenda il lavoro di due ore al giorno è stato valutato insieme all’abbandono degli studi, all’assenza di percorsi formativi e alla mancata prova di una ricerca attiva di un impiego più adeguato.

Le due donne non avevano spiegato al giudice le ragioni del part-time né dimostrato che la mancata autosufficienza dipendesse da cause indipendenti dalla giovane. Anche la precedente occupazione e l’indennità di disoccupazione indicavano, comunque, una sua attitudine al lavoro.

La precarietà, tuttavia, non esclude automaticamente il mantenimento e non dimostra necessariamente l’autosufficienza. Di volta in volta, occorre valutare durata e retribuzione delle attività, prospettive professionali, formazione e difficoltà occupazionali. La successiva perdita del lavoro, inoltre, non fa “rinascere” automaticamente l’obbligo di mantenimento.

Neomaggiorenni e figli adulti, perché l’età conta

La giurisprudenza distingue la posizione del giovane che prosegue regolarmente gli studi da quella del figlio adulto che, dopo un periodo significativo dalla maggiore età, non abbia ancora raggiunto l’indipendenza economica.

Nel primo caso, la prosecuzione di un ordinario percorso scolastico, universitario o di specializzazione è elemento importante per giustificare il mantenimento, purché il percorso sia coerente e affrontato con impegno. Con l’aumentare dell’età, invece, aumenta il rigore della valutazione del giudice. Il figlio deve fornire spiegazioni sempre più solide e dimostrare circostanze concrete che giustifichino la mancata autonomia, come ad esempio le difficoltà oggettive del mercato del lavoro.

Non si tratta di stabilire che a 25, 30 o 35 anni l’assegno debba cessare automaticamente. Il giudice deve considerare il percorso individuale, senza ignorare né le aspirazioni legittime del figlio né il tempo ragionevolmente necessario per realizzarle.

Che cosa cambia

La sentenza 2966/2026 del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ribadisce che il mantenimento (materia molto delicata come dimostra anche il caso del genitore dimissionario) deve accompagnare il figlio all’autonomia, non trasformarsi in un sostegno economico a tempo indeterminato. Per conservare il diritto all’assegno non basta dimostrare di guadagnare poco: occorre provare di essersi impegnati concretamente nella formazione e nella ricerca di un’occupazione, senza che la mancata autosufficienza dipenda dalla propria inerzia.

Con un tono pungente ma non distaccato dalla realtà, il Tribunale richiama il rischio di “forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori”. È un’espressione che sottolinea il confine tra il sostegno necessario a completare la formazione e una dipendenza economica ingiustificatamente protratta.

D’altra parte, età adulta e precarietà lavorativa non giustificano, da sole, la revoca del contributo. Il giudice deve sempre valutare tutte le circostanze individuali, le opportunità professionali e le ragioni delle difficoltà economiche, bilanciando la solidarietà familiare con il principio di autoresponsabilità. L’obiettivo di fondo è evitare che un aiuto necessario alla crescita si trasformi in un obbligo senza limiti ragionevoli, senza però “penalizzare” chi si adopera davvero per raggiungere l’indipendenza.