L’Ets (Emission Trading System) è tornato al centro del dibattito politico europeo. Da una parte c’è chi lo considera uno strumento indispensabile per accompagnare la transizione energetica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Dall’altra, chi ritiene che sia l’ennesima voce di costo nelle bollette di imprese e consumatori.
Nell’evento organizzato da Ecco Think Tank, che si è svolto il 17 giugno alla Camera dei Deputati, è emerso un elemento che potrebbe spostare il focus della discussione. L’Italia ha incassato quasi 19 miliardi di euro dalle aste Ets negli ultimi dodici anni. Solo il 10% del totale ha avuto una destinazione d’uso.
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Dove finiscono i soldi dell’Ets
Il sistema europeo delle quote di emissione nasce con l’obiettivo di attribuire un costo al rilascio di CO₂ per incentivare imprese e operatori energetici a investire in tecnologie più efficienti e meno inquinanti. Le aziende che emettono gas serra devono acquistare quote sul mercato e i ricavi delle aste finiscono nelle casse degli Stati.
Nel caso italiano, tra il 2012 e il 2024 le aste hanno generato circa 18 miliardi di euro, una cifra che attualmente sta viaggiando verso i 19 miliardi. Tuttavia, secondo i dati riportati da Ecco Think Tank, durante il confronto, soltanto 1,6 miliardi di euro sono stati effettivamente destinati a interventi collegati alla transizione energetica.
Negli altri Stati europei circa tre quarti delle entrate vengono reinvestiti in misure per il clima e l’energia.
L’Ets pesa davvero sulle bollette?
Negli ultimi mesi il meccanismo europeo è stato indicato più volte come uno dei responsabili del caro energia. Una lettura che durante il dibattito è stata contestata da diversi relatori.
Secondo quanto sostenuto da Sergio Costa e dagli analisti di Ecco Think Tank, il principale fattore che determina il prezzo dell’elettricità resta il gas naturale. La forte dipendenza dell’Italia dalle importazioni di combustibili fossili continua infatti a esporre il Paese alla volatilità dei mercati internazionali.
In questa prospettiva, il costo della CO₂ rappresenterebbe solo una componente marginale della bolletta finale. Per una famiglia italiana il peso dell’Ets sarebbe intorno al 3%, mentre il restante costo deriva soprattutto dai costi infrastrutturali del mercato elettrico e dall’andamento delle materie prime energetiche.
Da qui la convinzione, condivisa da industriali e da parte del mondo energetico, che la sospensione del sistema produrrebbe benefici limitati per i consumatori.
Le imprese chiedono correttivi
Confindustria non ha messo in discussione gli obiettivi della decarbonizzazione; la transizione energetica non è una questione di politica ambientale, ma industriale, per il fatto che l’Italia è un importatore netto di materie prime energetiche. Il motivo per cui gli Ets andrebbero rivisti, quindi, non risiede neanche nel fatto che non avrebbero avuto un impatto così determinante sulla decarbonizzazione, dipendente soprattutto dalla delocalizzazione degli impianti.
Secondo Marco Ravazzolo andrebbe rivisto il sistema di assegnazione e distribuzione delle quote gratuite. Attualmente premia il best performer, quello che consuma di meno, ma al contempo non tiene conto della diversa disponibilità dei vettori energetici per segmento produttivo. Insomma, i settori più difficili da decarbonizzare resteranno sempre penalizzati.
Si è a ragione criticato il funzionamento delle aste, per la presenza di operatori extra-europei, che parteciperebbero con logiche speculative, accaparrandosi le quote gratuite. Per questo si richiedono almeno dei correttivi tecnici, come un tetto di prezzo alla CO₂ a 45 euro a tonnellata, per ridurre l’impatto sulla competitività industriale delle aziende europee, che si scontrano con colossi asiatici che pagano intorno ai 12 euro a tonnellata.
Come usare i 19 miliardi per ridurre i costi energetici
Se c’è un punto che ha raccolto un consenso trasversale, è la necessità di destinare meglio i proventi delle aste.
Le proposte emerse durante il confronto puntano a utilizzare queste risorse per finanziare:
- interventi di efficientamento energetico nelle imprese;
- elettrificazione dei processi industriali;
- sostegno alle famiglie vulnerabili;
- sviluppo delle energie rinnovabili;
- compensazioni per i comparti produttivi maggiormente esposti ai costi energetici.
L’obiettivo sarebbe duplice: quello di accelerare la transizione e, al tempo stesso, quello di ridurre in modo strutturale il peso delle bollette.
Secondo questa impostazione, ogni euro generato dall’Ets dovrebbe contribuire a diminuire la dipendenza italiana da gas e petrolio.
La sfida della revisione europea
A luglio la Commissione europea presenterà la revisione periodica dell’Ets e il confronto tra Stati membri si preannuncia acceso. La discussione non riguarda più soltanto la riduzione delle emissioni. Sul tavolo ci sono la competitività industriale, la sicurezza energetica e il ruolo che l’Europa intende giocare in un contesto geopolitico sempre più instabile.
Nel caso italiano, la questione è anche di opacità della macchina burocratica: un sistema di tassazione ha già prodotto quasi 19 miliardi di euro di entrate, di cui solo una minima parte ha avuto un impiego sicuro e certificato, verso la transizione energetica.
È da questa risposta, più che dalla semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari all’Ets, che potrebbe passare una parte importante della strategia italiana per ridurre i costi dell’energia nei prossimi anni.