Migranti, Meloni vuole il blocco navale: “Ecco il mio ‘piano Mattei’ per l’Africa”

Sull'immigrazione la premier Meloni rispolvera il blocco navale, parlando di ritorno alla missione Sophia dell'Ue e citando Enrico Mattei

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Miriam Carraretto

Giornalista di attualità politico-economica

Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

Nel suo discorso alla Camera, Giorgia Meloni aveva, tra i tanti temi toccati, parlato anche di sicurezza e legalità, collegate a quella libertà tanto rivendicata, eppure molto in contraddizione con la storia del movimento politico cui la neopremier appartiene. Ad ogni modo, Meloni ha fatto esplicito riferimento alla gestione dei flussi migratori: a una “corretta” gestione, per la precisione.

Per lei, ha detto, il principio è semplice: in Italia, come in qualsiasi altro Stato serio, non si entra illegalmente. Si entra legalmente, attraverso i “decreti flussi”.

E aveva aggiunto: “In questi anni di terribile incapacità nel trovare le giuste soluzioni alle diverse crisi migratorie, troppi uomini, donne e bambini hanno trovato la morte in mare, nel tentativo di arrivare in Italia. Troppe volte abbiamo detto “mai più”, per poi ripeterlo ancora e ancora. Questo Governo vuole, quindi, perseguire una strada poco percorsa fino ad oggi: fermare le partenze illegali, spezzando finalmente il traffico di esseri umani nel Mediterraneo”.

Eppure, i morti in mare continuano ogni giorno, e la pagina scritta dal governo Meloni sulla vicenda dei migranti stipati a bordo delle navi Geo Barents dell’ong Medici Senza Frontiere e Humanity 1 di SOS Humanity è davvero una delle più tristi e dolorose della nostra storia (ne abbiamo parlato approfonditamente qui, ecco com’è finita). Alla fine, peraltro, Meloni non ha potuto fare altro che cedere alle regole, salde, del diritto internazionale.

Meloni vuole il blocco navale e rispolvera la vecchia missione Ue Sophia

Nel suo discorso però la premier era stata forte e decisa, a parole: “La nostra intenzione è sempre la stessa, ma, se non volete che si parli di blocco navale, lo dico così: è nostra intenzione recuperare la proposta originaria della missione navale Sophia dell’Unione europea, che nella terza fase, prevista e mai attuata, prevedeva proprio il blocco delle partenze dei barconi dal Nordafrica”.

L’Esecutivo intende proporlo in sede europea, attuarlo in accordo con le autorità del Nordafrica, accompagnato dalla creazione sui territori africani di hotspot gestiti da organizzazioni internazionali, dove poter vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto a essere accolto in Europa da chi quel diritto non ce l’ha.

Perché, ha dichiarato, “non intendiamo, in alcun modo, mettere in discussione il diritto di asilo per chi fugge da guerre e persecuzioni”. “Tutto quello che noi vogliamo fare in rapporto al tema dell’immigrazione è impedire che la selezione di ingresso in Italia la facciano gli scafisti”.

E infine, la conclusione a un discorso carico di retorica: “Mancherà un’ultima cosa da fare, forse la più importante: rimuovere le cause che portano i migranti, soprattutto i più giovani, ad abbandonare la propria terra, le proprie radici culturali e la propria famiglia per cercare una vita migliore in Europa”.

Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese e la clausola di salvaguardia nazionale.

Il “piano Mattei” di Meloni per l’Africa

Meloni poi spiazza tutti citando, a dire il vero un po’ a proposito, Enrico Mattei, di cui il 27 ottobre ricorreva il 60esimo anniversario della morte: “Un grande italiano, che fu tra gli artefici della ricostruzione postbellica, capace di stringere accordi di reciproca convenienza con nazioni di tutto il mondo” ha detto la presidente del Consiglio.

Meloni vuole che l’Italia si faccia promotrice di un “piano Mattei” per l’Africa, “un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area subsahariana. E ci piacerebbe così recuperare finalmente, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, il ruolo strategico che l’Italia ha nel Mediterraneo” conclude.

Mattei, ex comandante partigiano durante la Seconda guerra mondiale, tra i più grandi artefici del boom economico italiano del Dopoguerra, fu nominato commissario dell’Agenzia generale italiana petroli (AGIP) con l’obiettivo di liquidarla, ma lui si oppose e, contro tutti, mantenne l’AGIP in mani italiane. La grandeur di AGIP e ENI, e la rottura dell’oligopolio delle “7 sorelle” del petrolio, si deve, sostanzialmente, a lui.

Mattei diceva: “Vogliamo sviluppare le risorse dell’Africa perché il continente possa crescere. Abbiamo investito fin dall’inizio sul capitale domestico per promuovere lo sviluppo locale. La chiave di tutto è l’accesso all’energia per portare sviluppo e stabilità, permettendo all’Africa di sfruttare il suo potenziale per la crescita”.

Cos’è stata la missione Sophia Ue sull’immigrazione

Ma in cosa consisteva la missione Sophia Ue? L’operazione EUNAVFOR MED Sophia è stata parte di una più ampia risposta globale dell’UE alla questione della migrazione. Obiettivo della missione era soprattutto identificare, catturare e smaltire navi e altri mezzi utilizzati o sospettati di essere utilizzati dai trafficanti di migranti per interrompere il modello di business del traffico e della tratta di esseri umani reti nel Mediterraneo centromeridionale.

Sophia è partita nel 2015 per combattere il traffico di migranti nel Mediterraneo. Il suo mandato è stato poi progressivamente esteso, includendo anche attività di formazione per la Guardia costiera libica e l’applicazione dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite sulla Libia.

Sophia ha anche svolto attività di ricerca e soccorso (SAR), salvando 44.916 migranti nel Mar Mediterraneo tra il 2015 e marzo 2019, quando l’UE ha rinnovato l’operazione ma ha contestualmente ritirato tutte le risorse navali dal Mediterraneo.

Sophia era strutturata di fatto in 4 fasi:

  • dispiegamento di forze per costruire una comprensione globale dell’attività e dei metodi di contrabbando
  • imbarco, perquisizione, sequestro e diversione di navi di trafficanti in alto mare alle condizioni previste dal diritto internazionale applicabile, attività estesa anche alle acque territoriali dopo il rilascio di qualsiasi risoluzione applicabile del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) e il consenso dello Stato costiero interessato
  • adozione di misure operative contro le navi e le relative risorse sospettate di essere utilizzate per il traffico o la tratta di esseri umani all’interno del territorio degli Stati costieri
  • ritiro delle forze e nel completamento dell’operazione.

L‘operazione è stata conclusa il 31 marzo 2020: secondo i dati ufficiali pubblicati dall’Unione europea, durante la sua operazione sono state salvate 44.916 persone. Dal 2015 a settembre 2022, grazie alle missioni Ue sono state salvate 605.242 vite. Tuttavia, sulle rotte del Mediterraneo e dell’Africa occidentale, ci sono state 24.478 vittime.

Perché Sophia è stata abbandonata e cosa cambia con la missione Ue Irini

La decisione di dire addio a Sophia è scaturita dai veti di alcuni Stati membri, in primis l’Italia, anche se nel 2015 era stato uno dei più forti sostenitori, a causa della mancanza di un accordo sui punti di sbarco e sulla ricollocazione dei migranti soccorsi. In particolare, il nodo riguardava la responsabilità del trattamento delle domande di asilo presentate dai Paesi di primo ingresso in caso di attraversamento irregolare delle frontiere nell’UE.

Sophia dal 2020 ha lasciato il posto alla nuova operazione Irini, che invece ha il compito principale di attuare l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite alla Libia.

Come spiega lo IAI-Istituto Affari Internazionali, Irini ha anche altri tre compiti: contribuire all’attuazione delle misure ONU per prevenire l’esportazione illecita di petrolio dalla Libia, assistere nello sviluppo delle capacità e nell’addestramento della Guardia costiera e della Marina libica e contribuire alla rottura del modello di business delle reti di traffico e tratta di esseri umani, esclusivamente attraverso la raccolta di informazioni e il pattugliamento effettuato da mezzi aerei in alto mare. Non si fa riferimento alle attività SAR, che in ogni caso – spiega lo IAI – difficilmente avrebbero avuto comunque luogo, considerato che le risorse navali non pattugliano di fatto aree tradizionalmente associate alle rotte migratorie.