I partiti piangono miseria, ma quanto vale il finanziamento pubblico?

Torna d’attualità il tema dei rimborsi che gli schieramenti percepiscono in campagna elettorale: come funziona in Italia e quali partiti sono interessati

Dopo un agosto trascorso tra riunioni per la scelta dei candidati, incontri con i rappresentanti locali e poche rapide soste su qualche spiaggia affollata, i leader dei principali schieramenti hanno dato il via alla fase più calda della campagna che ci porterà al voto del prossimo 25 settembre. La legge elettorale – con il contemporaneo taglio del numero dei parlamentari che ha decimato i posti – ha portato ad una inevitabilmente polarizzazione delle forze in campo, dovuta soprattutto alla presenza dei collegi uninominali, in cui stacca un biglietto per Roma colui che prende anche solo un voto in più dell’avversario.

E così – mentre Matteo Renzi e Carlo Calenda cercano di apparire a proprio agio per la coabitazione forzata nel Terzo Polo – centrodestra e centrosinistra hanno iniziato a girare l’Italia a tappeto a caccia dell’ultimo voto. Da una parte Matteo Salvini e Giorgia Meloni che si inseguono da Nord a Sud, convinti che questa consultazione sia quella buona per ricompattare il proprio campo e prendere il controllo del Paese dopo anni di divisioni. Dall’altra Enrico Letta e Giuseppe Conte, che invece hanno fatto il percorso opposto, procedendo a braccetto per tutta la legislatura e poi litigando in maniera irrimediabile al momento del confronto con gli elettori. Ma c’è una cosa che unisce tutti i competitor in campo: la necessità di recuperare fondi utili per sostenere questa corsa ad ostacoli verso le urne.

Politica e soldi in Italia: storia del finanziamento pubblico ai partiti

Un tema, quello del finanziamento pubblico ai partiti, che in Italia ritorna ciclicamente nel dibattito dell’opinione pubblica. Era infatti il 1974 quando l’allora esponente democristiano Flaminio Piccoli – ministro delle Finanze – vide approvata in Parlamento la legge che portava il suo nome e che istituiva un sostegno economico statale ai gruppi politici: dopo anni di scandali che coinvolsero anche alcuni dirigenti nazionali, l’intento era quello di garantire la trasparenza e l’autonomia dei partiti, che non avrebbero più avuto bisogno di ricercare soldi facendo promesse collusive e corruttive.

Un sistema che resse per circa vent’anni, fino a quando venne travolto dallo scandalo di Tangentopoli e dalle rivelazioni sui rapporti illeciti che quasi tutte le forze politiche avevano stretto con i cosiddetti potentati economici, fossero essi imprenditori, banchieri o finanzieri. E così, nel giro di pochi anni, si arrivò all’approvazione della legge numero 157 del 1999, che rivoluzionò buona parte del meccanismo: il testo aveva autorizzato, a partire da quell’anno, una spesa per lo Stato pari a 257 miliardi di lire all’anno da elargire come contribuzione sotto forma di rimborso delle spese elettorali sostenute da ciascun partito. Da allora l’organo legislativo ha apportato solamente alcune piccole modifiche, fino alla svolta definitiva di dieci anni fa.

La legge del 2012 sul finanziamento pubblico ai partiti

Nel 2012 infatti l’Italia, unica tra le democrazie europee, ha eliminato il finanziamento pubblico diretto ai partiti. Con la legge numero 96, approvata su proposta dell’esecutivo guidato dall’allora premier Mario Monti sotto la spinta della crisi economica, veniva modificato il sistema di contribuzione agli schieramenti che ne aveva sostenuto pressoché integralmente le attività. Da allora le forze politiche, previa iscrizione in un apposito registro, sono destinatarie solo delle somme attribuite dai contribuenti attraverso il due per mille e delle donazioni (entro certi limiti) di persone fisiche e giuridiche, che possono beneficiare della detrazione d’imposta del 52% per importi fino a 5 mila euro, mentre per quelli fino a 20 mila euro la soglia si abbassa al 26 per cento.

Votarono contro Fratelli d’Italia, Sel (acronimo di Sinistra, Ecologia e Libertà, forza guidata dal pugliese Nicola Vendola), Lega Nord e i Socialisti. Da allora vi è stata una decisa contrazione delle risorse pubbliche a disposizione dei partiti: dai 91 milioni di euro che si registravano prima della riforma, ai soli 19 milioni di euro nel 2021, attribuiti con il due per mille. Infatti la tendenza generale a donare i proprio soldi è in drastico calo: nel 2021 solo il 3,28% dei contribuenti ha destinato il due per mille (a qualsiasi beneficiario, non solo ai partiti).

Finanziamento pubblico ai partiti: come funziona oggi

Altro che cene elettorali con centinaia di invitati: anche i politici devono pedalare per racimolare i soldi con cui fare vivere i propri gruppi. C’è da dire che ad oggi comunque esiste un fondo pubblico del valore di 40 milioni di euro che lo Stato italiano ogni anno mette a bilancio per coprire il finanziamento dei partiti e le mancate entrate legate a due per mille e detrazioni fiscali. Intanto, in questo quadro di ristrettezze economiche anche per gli schieramenti più rappresentativi, le Camere continuano a destinare ai gruppi parlamentari una somma di circa 53 milioni di euro all’anno. Questo ha comportato una forte dipendenza dei partiti dai gruppi parlamentari di riferimento.

Al momento, una parziale via d’uscita è rappresentata dal sostegno economico garantito da fondazioni e associazioni che – per legge – ottengono e ricevono in maniera più semplice e diretta i finanziamenti statali. L’esempio principe degli ultimi tempi è quello della Leopolda, il contenitore di personalità e idee fondato da Matteo Renzi quando ancora era un giovane politico rampante: prima per il Partito Democratico, poi per Italia Viva dopo la scissione del 2019, la creatura dell’ex premier ha garantito entrate economiche senza cui sarebbe stato difficile sostenere i costi delle campagne elettorali.

Finanziamento pubblico ai partiti: chi vuole modificarlo e come

A questo punto saranno in molti a porsi questa domanda: tutti i partiti ricevono fondi in maniera indistinta? La legge del 2012 prevede che i contributi pubblici siano erogati per una quota a titolo di cofinanziamento rispetto a ciò che i gruppi ricevono dai privati – così da premiare quelli che hanno un maggior radicamento nella società – e per un’altra quota a titolo di rimborso forfettario delle spese elettorali sostenute da chi partecipa alle elezioni e ottiene un certo consenso. Il nostro ordinamento prevede comunque che le voci di spesa debbano essere analizzate e approvate dal presidente della Camera in ogni tornata di consultazione, sia essa nazionale o europea.

L’ultima cosa da sapere è che per poter accedere ai finanziamenti, gli schieramenti devono essere presenti in un apposito elenco nazionale. Ad oggi i partiti iscritti al registro sono ben 29. In materia, nel nostro Paese sono cresciute in maniera esponenziale le voci che chiedono una riforma che permetta la compilazione di un testo unico nazionale che detti nuove regole fisse per il finanziamento dei partiti politici. Le tesi che trovano spazio più di frequente nei dibattiti riguardano per l’appunto la revisione delle norme per l’iscrizione nel registro dei partiti, ma anche l’adeguamento del rimborso elettorale alle nuove esigenze delle campagne (sempre più condotte a livello online e sui social network) e la creazione di una piattaforma unica in cui i partiti presentino in maniera del tutto trasparente i costi sostenuti per la gestione delle proprie attività.