Tappi uniti alla bottiglia: a cosa servono i tethered cap dei big delle bevande

Tutte le bevande prodotte da Coca Cola avranno i tappi uniti alla bottiglia, con un impatto ambientale inferiore rispetto a quelli classici

Coca Cola ha deciso di estendere l’uso dei tethered cap, i tappi uniti alla bottiglia, a tutti i suoi marchi, dopo un primo esperimento con il brand Fuze Tea. L’obiettivo è quello di semplificare la raccolta e il riciclo della plastica, riducendone la dispersione e l’impatto ambientale. La più importante azienda del settore del beverage ha anticipato così l’obbligo contenuto in una direttiva europea che entrerà in vigore nel 2024. Sarà lo stabilimento Coca Cola di Nogara, il più grande in Italia e il primo in Europa per capacità produttiva, a guidare la rivoluzione all’insegna della sostenibilità, dopo aver gestito il 100% della produzione nazionale dei tethered cap per le bottiglie di Fuze Tea.

Perché Coca Cola e gli altri produttori usano i tethered cap: la legge europea

La direttiva Sup UE 2019/904 prevede che tutte le bottiglie in PET, ovvero in polietilene tereftalato, fino ai 3 litri dovranno obbligatoriamente essere dotate dei tethered cap, cioè i tappi che restano agganciati alla bottiglia, in genere attraverso una linguetta che non è possibile staccare.

Proprio per la facilità con cui i tappi si staccano dalle bottiglie, sono tra i rifiuti di plastica più inquinanti e presenti in mare. Rendendone più complesso e improbabile il distacco, dunque, si potrà ridurre il loro impatto ambientale. La legge europea, che entrerà in vigore nel 2024, si inserisce nelle iniziative comunitarie volte all’abbandono della plastica usa e getta, come la messa al bando dei piatti, dei bicchieri, delle posate in plastica, dei cotton fioc e delle cannucce.

Per diversi Paesi europei che non hanno ancora adottato misure contro la plastica monouso, sono scattati i provvedimenti di cui vi abbiamo parlato qua.

Quanta plastica produciamo ogni anno: allarme per le microplastiche nel cibo

L’OCSE, l’Organismo internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo internazionale, ha pubblicato lo scorso anno il report global Plastics Outlook, che rende bene l’idea di quanto le plastiche continuino a essere uno dei principali problemi per il pianeta, e di quanto a livello mondiale ci sia ancora tanto da fare per raggiungere un livello di raccolta e riciclo di questi materiali sufficiente a ridurre il loro impatto ambientale.

Negli ultimi 10 anni la produzione annuale di plastica è raddoppiata, passando in tutto il mondo dai 234 milioni di tonnellate ai 460 milioni attuali. Gli ultimi dati si riferiscono al 2019. Solo il 9% della plastica viene effettivamente riciclato, il 19% viene incenerito e nel 50% finisce in discariche controllate. Più di un quinto, il 22%, viene invece abbandonato in discariche a cielo aperto, bruciato o gettato nell’ambiente.

La maggior parte delle materie plastiche che non vengono correttamente smaltite e finiscono nell’ambiente sono macroplastiche, più grandi di 5 millimetri, mentre il 12% rientra nella categoria delle microplastiche. Si tratta di polimeri difficili da vedere, la cui dispersione è dovuta a una serie di attività come il lavaggio degli indumenti e dei tessuti o l’abrasione degli pneumatici.

Le microplastiche costituiscono un rischio per la salute degli ecosistemi e degli esseri umani, come ricorda l’OCSE stesso nella sua analisi, e la presenza di queste particelle nell’acqua e nell’ambiente ne comporta anche il consumo attraverso il cibo e le bevande. Qua il nostro approfondimento sulle microplastiche e sui problemi a esse connessi. Ma il problema è molto più grave: l’inquinamento da plastica è arrivato ovunque e ci riguarda tutti, come vi abbiamo spiegato qua.