L’aumento del costo dell’acqua in bottiglia non è dovuto al rincaro dell’acqua, ma a quello della plastica. La guerra contro l’Iran ha un impatto anche sul prezzo delle materie plastiche e quindi incide su tutti i beni venduti in confezioni di plastica. In alcuni casi si arriva anche a 6 centesimi in più a bottiglia.
L’aumento dei prezzi tra febbraio, marzo e aprile è dovuto a un doppio fattore: da una parte il costo della materia prima in aumento, dall’altra la disponibilità. L’Italia è tra i principali Paesi per consumo di plastica in Europa, tra produzione e importazione, ed è soprattutto questo secondo macrosettore che ha visto i prezzi crescere maggiormente.
Indice
Il costo della vulnerabilità del settore della plastica
ECCO, il think tank italiano per il clima, ha analizzato l’impatto della crisi energetica su diversi settori e ha messo a confronto il modo nel quale i Paesi europei stanno affrontando l’instabilità. Mentre il conflitto in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz proseguono, si possono vedere gli effetti diretti sui prezzi dei combustibili fossili e quindi su tutti i prodotti che derivano da questi.
La filiera petrolchimica ha subito gli aumenti di prezzo della materia prima. La produzione di plastica dipende da petrolio e gas e per circa l’80% della produzione europea deriva da fonti fossili. Per questo l’aumento del prezzo del petrolio ha avuto un impatto diretto sui costi della plastica.
Senza contare il ruolo dello Stretto, dove transitava circa un quinto del petrolio globale e in particolare l’80% era diretto verso i mercati asiatici. Si potrebbe pensare che l’aspetto non ci tocchi direttamente, ma la Cina è il principale produttore ed esportatore mondiale di materie e manufatti plastici.
Quindi shock energetici e logistici come quello in corso, descritto come il peggiore della storia, hanno avuto un impatto diretto sul costo della produzione e sul prezzo finale della plastica a livello globale.
La situazione in Italia
Il think tank nella sua analisi riporta i segnali di crisi degli operatori industriali italiani. Questi infatti hanno registrato l’aumento dei prezzi dei materiali plastici (fino al 30%) motivati proprio dalle tensioni in Medio Oriente.
Il problema è che gli incrementi agli operatori industriali si trasmettono inevitabilmente sui prezzi al consumo e in Italia, dove i consumi di plastica (come l’acqua in bottiglia) sono elevati, questo dato si nota ancora di più.
ECCO dichiara che l’Italia è tra i principali Paesi per consumo di plastiche in Europa e il sesto importatore mondiale di plastica e prodotti in plastica.
Importiamo soprattutto da:
- Germania;
- Belgio;
- Francia;
- Cina.
E per il segmento bottiglie e contenitori in plastica, l’Italia vede come principale fornitore in termini di valore economico proprio la Cina.
La fragilità del settore
Secondo ECCO, la questione internazionale sta portando alla luce una problematica che l’Italia non sta affrontando: la dipendenza dalla plastica e dalle importazioni, che diventano così elementi di criticità e fragilità.
L’analisi del think tank si chiude proprio con il costo della dipendenza dell’Italia dalla plastica. In teoria l’Italia dovrebbe versare all’Unione Europea la Plastic Tax, una tassa calcolata sulla quantità di rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati pari a 0,80 euro per chilogrammo.
Dal 2020, però, il meccanismo è fermo perché rimandato. Inoltre, l’Italia per gli imballaggi di plastica non riciclati deve pagare circa 751 milioni di euro, come confermano i dati del bilancio europeo 2026.
Per questo, alla luce della crisi internazionale, l’obiettivo dovrebbe essere la riduzione del consumo di plastica, il rafforzamento del riciclo e la produzione di plastiche bio-based. Non è soltanto una questione ambientale, ma anche macroeconomica. Esattamente come l’aumento di interesse per le auto elettriche e l’energia da fonti sostenibili, il conflitto e le conseguenze di questo stanno rafforzando l’idea della transizione ecologica.