Meloni vuole il gas italiano: dove potrebbero ripartire le trivelle

Governo pronto a sfruttare i giacimenti del territorio italiano: l’obiettivo con le trivelle è raddoppiare la produzione di gas entro il 2025

Il dibattito sulle trivelle è ormai tornato in primo piano. Sono passati sei anni dal quorum mancato sul referendum abrogativo relativo alla durata delle concessioni per l’estrazione di idrocarburi nelle zone di mare. Il governo Meloni, ora che si è insediato, per arginare il caro energia intende rilanciare e sfruttare al massimo i numerosi giacimenti presenti sul territorio italiano. Le maggiori risorse risiedono al Sud: su circa 66 miliardi di metri cubi complessivi, circa 60 si trovano nel Mezzogiorno, circa 0,8 al Centro e poco meno di 5 sono al Nord.

Trivelle, le parole della premier Meloni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo discorso programmatico in Parlamento in occasione del voto sulla fiducia (qui l’agenda politica della premier) è stata chiara: “Dalla crisi energetica può nascere un’occasione: abbiamo il dovere di sfruttare a pieno i giacimenti di gas nei nostri mari”.

L’intenzione dell’esecutivo è quella di “accelerare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e la produzione nazionale”. Una strategia in linea con quella portata avanti negli ultimi mesi dall’ex ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, con il cosiddetto “piano trivelle” (PiTESAI) che ha sospeso la moratoria: previsti da un lato la riduzione del gas totale, dall’altro l’aumento di quello necessario direttamente dai nostri pozzi.

Qui abbiamo spiegato quale ruolo ricoprirà Cingolani nel governo Meloni.

L’obiettivo e le risorse disponibili

Il dicastero, pur avendo cambiato denominazione in ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, eredita dunque l’importante dossier sulle trivelle. L’obiettivo sarebbe quello di spingere la produzione italiana di gas da circa 3 miliardi a 6 miliardi di metri cubi l’anno entro il 2025, superando poi i 7 negli anni successivi.

Nel dettaglio, secondo le stime di Assorisorse il Paese ha estratto nel corso del 2021 solo 3,3 miliardi di metri cubi di metano a fronte di un consumo nazionale di 74 miliardi. Nel 2000 la produzione nazionale era di 17 miliardi di metri cubi l’anno: nel giro di vent’anni, nel 2020, è scesa a 4 miliardi. E nel 2021 ha toccato il minimo, con un calo annuo di quasi il 17%.

Oggi le trivelle attive sul territorio sarebbero una novantina fra terra e mare, sparse in 15 regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana e Veneto. Stando ai dati ufficiali l’Italia ha riserve di metano per circa 110 miliardi di metri cubi fra mare e terra: di questi, 45 miliardi sono certi, altri 45 sono probabili e 20 sono possibili.

Qui abbiamo parlato delle città più inquinate d’Italia.

I luoghi di estrazione del gas

Il 70% dei giacimenti italiani è gestito da Eni, il 16% da Royal Dutch Shell mentre la percentuale restante è in mano a società minori. Prevalentemente le trivelle sono concentrate in Lombardia ed Emilia Romagna, poi lungo la costa adriatica fino alla Puglia, in Basilicata, in Calabria e in Sicilia.

Le aree in cui le estrazioni potrebbero ripartire con maggiore intensità sono soprattutto quelle del Canale di Sicilia e del medio Adriatico. In mare, su 45 miliardi di metri cubi, davanti a Veneto e Romagna ce ne sono circa 13mila, davanti a Marche, Abruzzo e Molise 12mila, e davanti a Puglia, Calabria e Sicilia 19mila.

È invece al momento ancora vincolata l’area dell’Adriatico Settentrionale, la cui riserva più consistente è quella a nord del Po di Goro. Lì le perforazioni sono vietate per non danneggiare il fondo marino, pur essendoci del potenziale enorme: si stima che la produzione annua possa superare addirittura il miliardo di metri cubi. Per minimizzare i rischi si attende lo sviluppo di nuove tecnologie.