Stop Prezzo Unico Nazionale, bollette più basse e illusione dei prezzi zonali al Sud

Arera propone di diversificare il costo dell'elettricità, ma i dati Gme mostrano uno scarto minimo. Pesa l'incognita degli incentivi ASOS

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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Arera va verso l’abbandono del PUN, il Prezzo Unico Nazionale. Lo ha indicato nella Relazione annuale, proponendo come alternativa la diversificazione del valore dell’energia su base territoriale. Diverse Regioni del Sud hanno protestato per il rinvio dell’introduzione dei prezzi zonali. Questo perché, come ha criticato in particolare il presidente della Calabria Roberto Occhiuto, i territori meridionali ospitano molti impianti per la produzione energetica green e la divisione in zone dei prezzi permetterebbe loro di ottenere bollette più leggere.

Sulla carta l’abolizione del Prezzo Unico Nazionale sembra ridurre i costi nelle zone con maggiori impianti green. La realtà dei numeri potrebbe essere un’altra: da gennaio a giugno 2026, le 7 “zone” hanno espresso lo stesso prezzo nel 71% dei casi.

L’abolizione del PUN

Prima di capire quali sarebbero i reali effetti dell’abolizione del PUN, facciamo un passo indietro per comprendere di cosa si sta parlando. La proposta interessa soprattutto le Regioni del Sud.

È nelle Regioni meridionali, infatti, che si è investito molto negli impianti di energia rinnovabile.

L’abolizione del PUN ha trovato quindi diversi sostenitori, tra cui il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto e il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. Il loro punto di vista è chiaro: si consuma territorio per impianti fotovoltaici e si generano posti di lavoro green, ma i territori devono essere ripagati anche in qualche altro modo, per esempio con un prezzo dell’elettricità più basso.

La differenza sta proprio nel prezzo, perché al 26 marzo scorso, come cita Lavoce.info, alcune zone come Sicilia, Sardegna e Sud Calabria hanno visto l’energia scambiata a valori prossimi o uguali allo zero, mentre nelle altre zone si raggiungevano i 150-160 euro al megawattora. La differenza di prezzo è dovuta alla produzione da rinnovabili, che si concentra nelle zone meridionali e che può quindi soddisfare interamente la propria domanda interna.

Eppure le bollette non hanno mostrato tale differenza, proprio perché, indipendentemente da dove si abita, i consumatori italiani pagano un prezzo unico pari alla media dei prezzi zonali, quindi 120-100 euro al MWh in quella giornata.

Anche se, quando il sole cala, i prezzi crescono più che altrove, come accaduto l’8 luglio intorno alle 23:00, quando in Sicilia si pagavano 240 euro al megawattora e nel resto d’Italia 164 euro.

I prezzi zonali: Italia divisa in 7 zone

Il cambiamento sarebbe soprattutto pratico, con i prezzi dell’energia elettrica non più unici su tutto il territorio, ma divisi in sette zone:

  • Nord;
  • Centro-Nord;
  • Centro-Sud;
  • Sud;
  • Calabria;
  • Sicilia;
  • Sardegna.

Ognuna delle zone potrebbe esprimere il proprio prezzo. Il punto è che esistono delle limitazioni nel trasporto di questa energia a basso costo nel resto del Paese.

Ci sono dei progetti a tale scopo, come il Tyrrhenian Link (sul quale abbiamo fatto un approfondimento) che collega Sardegna, Sicilia e Campania. Si tratta di collegamenti elettrici sottomarini che portano la corrente generata dagli impianti fotovoltaici della Sardegna fino alla penisola, da dove l’energia viene poi distribuita.

I prezzi dell’energia in Italia

Carlo Stagnaro su Lavoce.info ha analizzato i dati di GME, il Gestore dei Mercati Energetici, e ha scoperto come, a dispetto di quanto si pensi, le differenze tra le zone siano meno ampie.

Dal 1° luglio 2025 al 30 giugno 2026 la media annuale dei prezzi elettrici era compresa tra un minimo di 115 euro al megawattora in Sardegna e un massimo di 121 euro al megawattora nel Centro-Nord.

Quindi su 12 mesi il range di prezzo tra le zone è inferiore al 5% della media per circa la metà del tempo, e in 74 giornate la differenza è stata di meno dell’1%.

Il divario Sud-Nord

C’è un’altra questione, ovvero quella degli incentivi. Per la prima volta si può parlare di un divario Sud-Nord e non viceversa. Al Nord infatti si finirebbe per pagare di più e per farlo due volte: per l’energia, più cara, e per gli incentivi.

Gli incentivi per le fonti rinnovabili funzionano con un meccanismo chiamato “Contratto per differenza”. Viene stabilito un prezzo di riferimento (Strike Price):

  • se il prezzo di mercato sale sopra quel tetto il produttore restituisce l’eccedenza;
  • se il prezzo scende sotto la soglia il produttore riceve una differenza o un’integrazione per arrivare allo stesso prezzo soglia.

Qui nasce il paradosso:

più il prezzo dell’energia sul mercato scende, più l’incentivo pubblico da erogare ai produttori sale.

Nel Mezzogiorno c’è un’alta concentrazione di impianti rinnovabili che spinge spesso al ribasso il prezzo zonale dell’energia. Se si decide di spingere verso la piena applicazione dei prezzi zonali, facendo quindi pagare l’energia meno dove si produce di più e di più dove scarseggia come al Nord, si genera un problema: i consumatori del Nord pagherebbero un’energia più cara per via dei prezzi zonali e allo stesso tempo nella loro bolletta pagherebbero anche la voce degli incentivi per la sovrapproduzione di energia rinnovabile prodotta al Sud.

La divisione in zone conviene davvero?

È questa la critica avanzata dall’assessore agli Enti locali della Regione Lombardia, Massimo Sertori, rispondendo al presidente della Calabria che propone di superare il Prezzo Unico Nazionale. Scrive in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera:

Gli impianti fotovoltaici hanno beneficiato di ingenti incentivi pari a circa 170 miliardi di euro finanziati attraverso le bollette di tutti gli italiani nella voce ASOS. Tutti i cittadini contribuiscono agli investimenti sulla rete realizzati da Terna, indispensabili per il trasporto dell’elettricità e per il mantenimento e riequilibrio del sistema. Inoltre le fonti rinnovabili producono energia solo in presenza di sole e vento, la produzione quindi non coincide sempre con i momenti di consumo.

Per questo Sertori fa notare che se si intende applicare il prezzo zonale, allora anche la componente ASOS dovrebbe essere calcolata su base zonale, e questo probabilmente porterebbe le bollette al Sud da una parte a risparmiare nei momenti di massima produttività degli impianti, ma dall’altra a pagare in maniera fissa l’incentivo per gli stessi impianti sul loro territorio.

Senza ulteriori calcoli alla mano, ma solo considerando il range di oscillazione dei prezzi tra le zone spesso inferiore al 5%, si possono immaginare bollette senza un reale risparmio garantito dall’abolizione del Prezzo Unico Nazionale.