Il grande salto indiano: Tata rileva Iveco, mentre la Difesa è acquisita da Leonardo

L’impatto occupazionale negli stabilimenti italiani e i dettagli dell’accordo sui veicoli commerciali sono vincolati alle tensioni tra gruppo famigliare e manager a Mumbai.

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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L’operazione era nell’aria da mesi, ma la struttura per il passaggio di consegne è sul tavolo: il ramo civile di Iveco si prepara a cambiare padrone per finire sotto le insegne del colosso indiano Tata Motors. Un maxi-riassetto societario che divide in due la storica azienda italiana. Il segmento che si occupa dell’ideazione e della produzione di veicoli militari rimane blindato in patria, mentre camion, autobus e furgoni della logistica civile prendono la strada di Mumbai.

Resta però un grosso punto interrogativo. Proprio mentre l’intesa industriale arriva al traguardo, al vertice del gruppo indiano ci sono tensioni tra la proprietà familiare e la dirigenza che rischiano di condizionare tempi e strategie future dell’integrazione.

Chi è Tata e a che punto della sua storia si trova

Per capire la portata dell’affare, bisogna prima capire chi è l’acquirente. Tata non è una semplice casa automobilistica ma il più grande impero industriale dell’India, con un valore complessivo che supera i 280 miliardi di dollari. Spazia dall’acciaio all’informatica, passando per il tè e le compagnie aeree.

Oggi la sua divisione automotive si trova a un vero e proprio bivio strategico:

  • ha la necessità di continuare a stare fuori dai confini asiatici per diventare un colosso globale nei veicoli commerciali leggeri e pesanti
  • deve accelerare la transizione verso l’elettrico e l’idrogeno, integrando le tecnologie e le piattaforme europee di Iveco

Poi c’è il fronte interno, costellato di scontri tra i manager che vorrebbero accelerare verso l’espansione industriale e finanziaria e l’atteggiamento più conservativo della famiglia proprietaria, preoccupata degli effetti dell’indebitamento.

Quanto vale Iveco, chi la vende e le cifre dell’operazione

Fino a questo momento, il controllo di Iveco è rimasto saldamente nella galassia della famiglia Agnelli-Elkann attraverso la holding Exor, proprietaria del 27% delle quote e di oltre il 43% dei diritti di voto. Decisa a uscire dal settore dei veicoli pesanti, la holding ha strutturato l’operazione attraverso tre passaggi finanziari ben precisi:

  • la cessione della divisione che produce veicoli militari (Astra e Idv) non andrà a Tata ma all’italianissima Leonardo per 1,7 miliardi di euro, creando così un polo nazionale della difesa terrestre;
  • il segmento della logistica civile, composto dalla produzione di furgoni, camion e autobus di Iveco Bus, viene rilevato da Tata Motors con un’operazione da 3,8 miliardi di euro, pari a 14,10 euro per azione offerti in contanti;
  • la componente finanziaria complessiva per gli azionisti, che prevede un incasso finale di circa 20,10 euro per azione tra liquidità dell’offerta e maxidividendo straordinario prima che la società lasci la Borsa.

Quali sono gli effetti reali sull’Italia

Chi guarda da vicino al tessuto industriale e occupazionale del nostro Paese si chiede cosa cambierà davvero per i lavoratori e per la produzione locale. L’operazione porterà con sé conseguenze ben precise:

  • Tata si è impegnata a mantenere la sede principale a Torino e a non tagliare il personale o chiudere impianti, dove lavorano circa 14.000 persone
  • lo scorporo dei veicoli militari a favore di Leonardo evita che tecnologie strategiche finissero sotto il controllo di un gruppo esterno alla Comunità Europea
  • con i conti di Iveco appesantiti dai costi di ristrutturazione e dalla frenata del mercato europeo, la capacità di investire sugli impianti italiani dipenderà dall’autonomia che i proprietari indiani concederanno ai propri manager

I dettagli finanziari e l’intreccio con il caos a Mumbai

Apparentemente l’operazione sembrerebbe un classico cambio di proprietà a livello industriale, ma dietro le quinte c’è un risvolto economico ben più complesso. Per rilevare Iveco e sostenere la transizione ecologica del gruppo, la dirigenza di Tata ha dovuto ricorrere a rilevanti prestiti-ponte e valutare un passo storico: la quotazione in Borsa della holding centrale Tata Sons.

La Reserve Bank indiana ha infatti sollecitato le grandi holding a quotarsi sui mercati ufficiali per garantire trasparenza finanziaria. Questa prospettiva, sostenuta dalla dirigenza operativa, è stata invece respinta con forza dalla famiglia proprietaria, timorosa di perdere il controllo storico dell’impero e di dover rinunciare alla tradizionale gestione etica e filantropica del patrimonio.

La guerra familiare che pesa sul futuro dell’impero

A rendere tutto più incerto è la crisi ai vertici del gruppo indiano. La scomparsa del patriarca Ratan Tata ha riaperto lo scontro per il trono tra due visioni opposte.

I manager spingono per grandi acquisizioni estere a debito, come la stessa Iveco, e per la quotazione in Borsa della cassaforte di famiglia, mentre Noel Tata e le fondazioni di famiglia sembrano sempre più decisi a bloccare lo sbarco sui mercati finanziari, ridurre i debiti e riportare la dinastia familiare al comando operativo.

Le recenti dimissioni del presidente operativo Chandrasekaran testimoniano una spaccatura insanabile. Una mossa che costringe il mercato a chiedersi se il nuovo corso a guida familiare confermerà la direzione multinazionale di Tata oppure se significherà un definitivo retrofront nell’orizzonte nazionale.