Matrimoni in calo, sempre meno persone si sposano in Italia

Meno matrimoni in Italia: ecco come cambiano le famiglie, tra il boom delle convivenze e il sorpasso del rito civile. Cosa dicono i nuovi dati Istat

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

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In Italia ci si sposa sempre meno. È una tendenza di lungo periodo, ormai strutturale, che trova un’ulteriore conferma nei dati Istat sui matrimoni, le unioni civili, le separazioni e i divorzi. I numeri raccontano un Paese in cui le scelte familiari cambiano, il matrimonio perde centralità e i percorsi di vita si fanno più lunghi, frammentati e differenziati, anche in risposta a trasformazioni demografiche, economiche e culturali profonde.

Quanti matrimoni in meno si sono celebrati in Italia

Secondo i dati Istat pubblicati il 19 gennaio 2026, in Italia nel 2024 sono stati celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023. Si tratta di un nuovo arretramento che si inserisce in una traiettoria discendente che dura da oltre quarant’anni, al netto di brevi parentesi legate a fattori eccezionali. Infatti, i dati provvisori dei primi nove mesi del 2025 indicano una nuova flessione, anch’essa pari al 5,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, confermando come il ridimensionamento della nuzialità non accenni a interrompersi.

Un calo diffuso, più forte nel Mezzogiorno

La diminuzione dei matrimoni interessa tutto il territorio nazionale, ma con intensità diverse. Nel 2024 il calo più marcato si osserva nel Mezzogiorno (-8,3%), seguito dal Centro (-5,0%), mentre nel Nord la flessione è più contenuta (-4,3%). Questa geografia riflette differenze demografiche, sociali ed economiche già note: al Sud pesano maggiormente la denatalità, l’emigrazione giovanile e condizioni occupazionali più fragili, che rendono più difficile pianificare un progetto familiare formalizzato.

Il confronto con il recente passato aiuta a inquadrare il fenomeno. Nel 2020, anno della pandemia, il numero dei matrimoni si era dimezzato a causa delle restrizioni sanitarie, con molte coppie costrette a rinviare le nozze. Parte di questi matrimoni “recuperati” si è concentrata nel biennio 2021-2022, determinando un rimbalzo temporaneo. Esaurito quell’effetto congiunturale, la curva è tornata a scendere, confermando la natura strutturale del calo.

Meno primi matrimoni, più convivenze

A diminuire in modo particolarmente evidente sono i primi matrimoni, che nel 2024 sono stati 130.488, il 6,7% in meno rispetto al 2023. La loro quota sul totale delle celebrazioni scende al 75,3%, in netto calo rispetto al 79,4% del 2019. È un segnale chiaro: sempre meno persone arrivano al matrimonio come prima esperienza coniugale.

Alla base di questa dinamica vi è innanzitutto un fattore demografico. La riduzione numerica delle generazioni più giovani è conseguenza diretta di decenni di bassa natalità. A questo si sommano cambiamenti culturali profondi. Il matrimonio non è più percepito come un passaggio obbligato della vita adulta, mentre si diffondono modelli alternativi di formazione della coppia.

Le libere unioni, ovvero le convivenze, sono quasi quadruplicate tra l’inizio degli anni 2000 e il biennio 2023-2024, passando da circa 440mila a oltre 1 milione e 700mila. L’aumento riguarda soprattutto coppie di celibi e nubili e testimonia come la convivenza possa rappresentare sia un’alternativa stabile al matrimonio sia una fase transitoria che lo precede, senza necessariamente sfociare nelle nozze.

Il sorpasso del rito civile

Nel panorama dei matrimoni celebrati, il rito civile continua a guadagnare terreno. Nel 2024 il 61,3% delle nozze si è svolto davanti all’ufficiale di stato civile, una quota in linea con il trend già osservato prima della pandemia e in aumento rispetto al 52,6% del 2019. Il crollo dei matrimoni religiosi nel 2020, legato alle restrizioni sanitarie, aveva rappresentato un’eccezione, ma la tendenza di fondo resta chiara: il rito civile è ormai maggioritario.

La sua diffusione è particolarmente elevata nelle seconde nozze (95,1%) e nei matrimoni con almeno uno sposo straniero (91,8%). Ma cresce anche tra i primi matrimoni, dove nel 2024 supera la metà delle celebrazioni (50,2%). Le differenze territoriali restano marcate: il rito civile è scelto nel 58,5% dei primi matrimoni nel Nord, contro appena il 26,0% nel Mezzogiorno, a conferma di un diverso peso delle tradizioni religiose.

Coerentemente con un approccio più prudente alla vita coniugale, si consolida anche la scelta del regime patrimoniale di separazione dei beni, adottato nel 74,8% dei matrimoni, una quota nettamente superiore a quella osservata negli anni novanta e nei primi anni duemila.

Seconde nozze in lieve arretramento

Dopo anni di crescita, nel 2024 le seconde nozze sono state 42.784, in calo del 3,5% rispetto al 2023. Nonostante ciò, la loro quota sul totale dei matrimoni sale al 24,7%. Il 16,1% degli sposi e il 15,1% delle spose ha alle spalle un divorzio, percentuali che superano il 50% tra chi si sposa dopo i 50 anni. Al contrario, la vedovanza prima del matrimonio resta un evento residuale.

Unioni civili in lieve calo

Anche le unioni civili tra persone dello stesso sesso mostrano un segno negativo. Nel 2024 ne sono state costituite 2.936, il 2,7% in meno rispetto al 2023, una flessione confermata dai dati provvisori del 2025. Restano più frequenti le unioni tra uomini e si concentrano soprattutto nei grandi centri urbani e nelle regioni del Centro-Nord.

Ci si sposa sempre più tardi

Un altro degli elementi chiave del cambiamento riguarda l’età al matrimonio. L’età media al primo matrimonio sale a 34,8 anni per gli uomini e a 32,8 per le donne, in costante aumento rispetto al decennio precedente. Parallelamente diminuisce la quota di chi si sposa prima dei 35 anni, senza che vi sia un recupero nelle età successive. Il risultato è una riduzione complessiva dell’intensità della primo-nuzialità.