Funziona il tuo orologio biologico? Con ritmi regolari cala il rischio di decadimento cognitivo

Mantenere un ritmo regolare di sonno e attività, sincronizzato con la luce naturale, potrebbe essere fondamentale per proteggere il cervello dall’invecchiamento cognitivo

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Federico Mereta

Giornalista scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la sua passione, perché crede che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Che la cronobiologia sia sempre più importante nel definire la salute dell’essere umano è ormai chiaro. Ma attenzione: l’orologio biologico che segna i tempi dell’organismo è particolarmente sensibile e va protetto, anche perché le sue alterazioni non inciderebbero solamente sui ritmi del sonno ma potrebbero essere anche associate (quindi senza un ben definito rapporto causa-effetto) a processi di decadimento cognitivo.

A dirlo è uno studio che mostra come le persone i cui ritmi quotidiani erano più deboli, più frammentati o tendono a concentrare le attività verso la fine della giornata presenterebbero un rischio molto più elevato di sviluppare demenza. I risultati suggeriscono che rimanere sincronizzati con i cicli naturali di sonno e attività può svolgere un ruolo chiave per la salute del cervello con l’avanzare dell’età. L’indagine scientifica è apparsa su Neurology, la rivista dell’American Academy of Neurology,

Anziani sotto controllo

La ricerca ha seguito 2.183 adulti con un’età media di 79 anni, che non soffrivano di demenza all’inizio dello studio. Ogni partecipante ha indossato un piccolo cardiofrequenzimetro attaccato al torace per una media di 12 giorni. Questi dispositivi hanno monitorato i periodi di riposo e di attività, consentendo ai ricercatori di analizzare i ritmi circadiani. I partecipanti sono stati poi seguiti per circa tre anni. Durante questo periodo, a 176 persone è stata diagnosticata un decadimento cognitivo serio.

Per giungere a capire il ruolo dell’orologio biologico gli scienziati coordinati da Wendy Wang l’UT Southwestern Medical Center di Dallas, hanno esaminato i dati del cardiofrequenzimetro utilizzando diversi indicatori dell’intensità del ritmo circadiano. Una misura chiave era l’ampiezza relativa, che riflette la differenza tra i momenti della giornata in cui una persona è più attiva e meno attiva. Un’ampiezza relativa più elevata indicava un ritmo giornaliero più forte e chiaramente definito. I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi in base all’intensità del ritmo. Confrontando i gruppi più forti e più deboli, 31 delle 728 persone nel gruppo con ritmo elevato hanno sviluppato demenza, mentre 106 delle 727 persone nel gruppo con ritmo basso non l’hanno sviluppata.

Dopo aver considerato fattori come età, pressione e malattie cardiache, i ricercatori hanno scoperto che i soggetti nel gruppo con ritmo più debole avevano un rischio di demenza quasi due volte e mezzo superiore. Ogni calo di deviazione standard nell’ampiezza relativa era correlato a un aumento del 54% del rischio di demenza. Per quanto riguarda l’orario del picco di attività nella giornata, le persone che un picco pomeridiano, quindi dopo le 14,15 hanno mostrato un rischio maggiore rispetto a quelle la cui attività raggiungeva il picco prima, più o meno tra le 13 e le 14. Un picco di attività più tardivo potrebbe riflettere una discrepanza tra l’orologio biologico interno e i segnali ambientali come la luce del giorno e il buio.

Cosa si può fare

Il ritmo circadiano si riferisce al sistema di tempo naturale del corpo. Controlla il ciclo sonno-veglia di 24 ore e aiuta a regolare funzioni chiave come il rilascio di ormoni, la digestione e la temperatura corporea. Questo orologio biologico interno è guidato dal cervello e risponde ai segnali ambientali, in particolare alla luce. Quando i ritmi circadiani regolano adeguatamente la situazione, l’organismo rimane strettamente allineato al ciclo giornaliero di luce e buio. Questo porta a ritmi di sonno e attività costanti, anche quando cambiano gli orari o le stagioni. Le alterazioni dei ritmi circadiani possono inoltre alterare processi corporei come l’infiammazione e interferire con il sonno, aumentando potenzialmente le placche amiloidi legate alla demenza o riducendo la clearance dell’amiloide dal cervello.
Insomma: ritmi più deboli rendono l’orologio biologico più sensibile alle interruzioni. Le persone con ritmi meno stabili hanno maggiori probabilità di modificare i propri orari di sonno e attività a causa di cambiamenti nella routine o nella luce del giorno.

“Il nostro studio ha misurato questi ritmi riposo-attività e ha scoperto che le persone con ritmi più deboli e frammentati, e le persone con livelli di attività che raggiungevano il picco più tardi nel corso della giornata, presentavano un rischio più elevato di demenza. Studi futuri dovrebbero esaminare il potenziale ruolo degli interventi sui ritmi circadiani, come la fototerapia o i cambiamenti nello stile di vita, per determinare se possano contribuire a ridurre il rischio di demenza”

è il commento della Wang.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.