“Baby pensione” per i deputati sotto i 60 anni: la decisione della Cassazione

È stato rigettato dalla Corte di Cassazione il ricorso sul vitalizio sotto i 60 anni presentato da alcuni deputati, tra cui Angelino Alfano

Niente “baby pensione” per gli ex parlamentari che avevano presentato un ricorso alla Corte di Cassazione contro le pronunce adottate in sede di autodichia alla Camera dei Deputati, un meccanismo che permette di risolvere attraverso un organismo giurisdizionale interno controversie emerse con i propri dipendenti. Nel 2012 il regolamento di Montecitorio aveva fissato l’inizio del vitalizio al compimento dei 60 anni, ma alcuni deputati si erano mossi dichiarando la decisione incostituzionale e chiedendo che venisse anticipato.

Vitalizio ai parlamentari sotto i 60 anni: il ricorso

Il ricorso straordinario era stato presentato agli ermellini da Angelino Alfano, Gioacchino Alfano, Andrea Rigoni e Andrea Martella, “tutti deputati cessati dalla carica con un mandato parlamentare svolto dal 2001 al 2018 per quattro legislature, o comunque con anzianità contributiva di più di 20 anni”, come si legge nella parere della Suprema Corte.

Riguardava la sentenza del Collegio d’Appello della Camera dei Deputati del 17 ottobre del 2019 che confermava quella del Consiglio di Giurisdizione del 27 giugno 2019. Il tribunale speciale dell’autodichia rigettava la domanda volta a ottenere il vitalizio parlamentare al compimento dei 53 o dei 58 anni di età.

Vitalizio ai parlamentari sotto i 60 anni: la decisione

La Corte di Cassazione, udito il sostituto procuratore generale Alberto Cardino, ha stabilito che il ricorso è inammissibile perché “nel caso di specie, le censure sono state espressamente escluse dalla Corte Costituzionale, in quanto le funzioni svolte dagli organi di autodichia nelle controversie di cui si tratta sono state configurate come obiettivamente giurisdizionali, e quindi conformi agli articoli 3, 24, 101 e 111 della Costituzione invocati dagli attuali ricorrenti”.

Pensione anticipata ai deputati: condannati a pagare

Nel rigettare il ricorso, la Suprema Corte ha escluso che possa rientrare all’interno del proprio raggio d’azione l’esame di ipotetiche violazioni e censure, chiarendo che “eventuali dubbi di legittimità costituzionale delle norme di legge, cui i regolamenti parlamentari e le fonti di autonomia in genere fanno rinvio, possono essere evidenziati davanti agli organi dell’autodichia stessa alla Camera dei Deputati, cosa che avrebbe potuto essere fatta anche nella specie”.

Per questo la Corte di Cassazione ha condannato i ricorrenti a pagare le spese di lite, liquidate in 5.5000 euro. Si tratta dell’ennesima bocciatura per i deputati ricorrenti, che ritengono il regolamento sul vitalizio incostituzionale in base al principio del legittimo affidamento. Per questo dovranno aspettare di compiere 60 anni per ricevere la “pensione” da parlamentari.

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

“Baby pensione” per i deputati sotto i 60 anni: la decisio...