Pensioni, clamoroso dietrofront del governo: niente aumento da gennaio

Dall'aumento del 7,3% sbandierato dal Ministero a incrementi molto meno generosi: il 2023 dei pensionati non sarà felice come previsto. Con la rivalutazione rimandata a data da destinarsi

Uno degli ambiti più discussi quando si parla di Legge di Bilancio è quello delle pensioni. Dopo l’annuncio dell’aumento dell’assegno del 7,3% (ne abbiamo parlato qui), dal Governo arriva una sorta di dietrofront che rinvia a data da destinarsi una rivalutazione del monte previdenziale che dovrebbe inoltre essere meno generosa di quanto ipotizzato in autunno.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha affermato che ci sarà un adeguamento del valore medio degli assegni pensionistici in linea con l’aumento generale dei costi legato alla crescita smisurata dell’inflazione. Intanto il 31 dicembre si avvicina inesorabile, e con esso il termine ultimo per l’approvazione del provvedimento in modo da evitare il passaggio dell’esercizio provvisorio.

Quando e quanto aumenteranno le pensioni

L’aumento delle pensioni minime da 574 a 600 euro sarà dunque, con ogni probabilità, rimandato a un momento successivo della legislatura. Al momento sembra questa l’unica certezza sul tema, confermata anche dal sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon. Le opinioni diverse non mancano però all’interno del fronte della maggioranza, con Forza Italia che insiste e propone una mediazione che porti a un rialzo da 570 a 600 euro per alcune categorie di over 70, “come chiede Berlusconi”, afferma il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. Sulle tempistiche, tuttavia, nessuna novità.

Forza Italia dichiara di voler garantire l’aumento già da gennaio 2023. Silvio Berlusconi parla di un’apertura da parte di Palazzo Chigi a un piccolo aumento dell’assegno, ricevendo la “mezza frenata” da parte del ministro Giorgetti, il quale sottolinea la necessità di calcolare l’entità e l’età di partenza, dai 75 o dagli 80 anni. Sul cammino della Manovra l’ostacolo delle pensioni è uno dei più ostici, soprattutto per quanto riguarda le risorse.

Gli obiettivi sono al contrario dipanati sul lungo termine. Il Governo lavora a un piano per superare la Legge Fornero entro il prossimo autunno, in tempo utile per inaugurare la riforma del sistema previdenziale entro il 2024 e completarla entro fine legislatura. La maggioranza punta ancora a Quota 41 secca, senza limiti di età anagrafica. A soffiare sul collo dell’Esecutivo è anche però la parabola dell’inflazione, che nel 2023 è prevista in crescita dell’8,1% (contro il 3,9% del 2022) e del 7,5% nel 2024. In termini finanziari, si parla di una spesa in aumento da 297,3 a 321,3 miliardi e successivamente a 345,3 miliardi di euro.

Fasce e importi: i calcoli degli importi

Il meccanismo di rivalutazione delle pensioni (detta anche perequazione) produrrà scontenti e “meno scontenti” in misura diversa nelle sei fasce previste (ne avevamo parlato qui). Con un minimo comune multiplo, stando ai i calcoli di Spi Cgil: 1.200 euro medi in meno all’anno per ogni pensionato. D’altra parte, è anche vero che la rivalutazione degli assegni al minimo vede un aumento più alto del previsto: circa il 120% in più. Superata però la soglia dei 2.100 euro lordi al mese (1.700 euro netti circa), la rivalutazione cala molto rapidamente all’aumentare degli importi. Con incrementi meno generosi rispetto al previsto non solo per le fasce alte, ma anche per pensioni medie e medio-alte.

Gli assegni minimi saliranno dunque oltre i 570 euro nel 2023 e arriveranno a circa 580 euro nel 2024, mentre subiranno una stretta progressiva per importi superiori ai 2.100 euro (pari a 4 volte il minimo). Questa soglia sarà adottata come limite tra una rivalutazione piena e l’adeguamento graduale degli assegni: a scalare all’80%, al 55%, al 50%, al 40% e al 35% (per importi 10 volte superiori al minimo INPS).

Chi ci va a perdere e chi ci guadagna?

In definitiva, si profilano notizie tutto sommato positive per quei 2,5 milioni di pensionati “minimi”, i quali percepiranno circa 8 euro in più. Si parla di un incremento pari all’8,8%, invece del 7,3% annunciato di recente dal Ministero dell’Economia per tutti gli assegni INPS. Nel 2023 avranno si assisterà a una maggiorazione dell’1,5% e del 2,7% nel 2024.

C’è però anche chi sorride meno. Per chi percepisce fino a 5 volte il minimo (2.620 euro lordi) si parla di un recupero dell’80%, che vale un aumento degli assegni del 5,84%, Per assegni pari a 6 volte il minimo (3.144 euro) si ottiene invece il 55%, cioè il 4,01% in più. Più si sale, più si taglia: con assegni fino a 4.192 euro (8 volte il minimo) l’aumento sarà dimezzato (+3,65%), dai 4.193 a 5.240 euro si avrà il 2,92% in più, mentre sopra quota 5.240 euro (10 volte il minimo) il recupero si fermerà al 35% ed assicurerà un aumento del 2,55%.

Per intenderci, la rivalutazione non procede per scaglioni come l’Irpef ed è basata su tre soglie:

  • 100% di perequazione sino a 4 volte l’assegno minimo;
  • 90% per la fascia compresa tra 4 e 5 volte;
  • 75% per tutti i trattamenti superiore a 5 volte il minimo.