Non sono solo il gas e il petrolio a reagire alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente: anche il mercato dei fertilizzanti sta registrando una forte impennata dei prezzi, con possibili effetti a catena sull’agricoltura mondiale e sul costo dei prodotti alimentari.
La guerra nel Golfo e le difficoltà nel traffico marittimo nello Stretto di Hormuz stanno infatti colpendo uno dei pilastri della produzione agricola globale: i fertilizzanti azotati, fondamentali per garantire la produttività dei campi.
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Il prezzo dell’urea vola sui mercati internazionali
Negli ultimi giorni le quotazioni dell’urea, uno dei fertilizzanti più utilizzati al mondo, sono aumentate di circa il 30% arrivando a sfiorare i 600 dollari a tonnellata sui principali mercati delle commodities.
L’impennata è legata alle tensioni nell’area del Golfo Persico, una regione chiave per la produzione globale di fertilizzanti. Paesi come Qatar e Iran, grazie all’abbondanza di gas naturale utilizzato nei processi industriali, rappresentano circa il 45% della produzione mondiale di urea.
Quando la produzione di gas rallenta o il commercio marittimo si blocca, l’impatto sui prezzi diventa immediato. Non solo urea: anche altri fertilizzanti azotati, come il nitrato di ammonio, stanno registrando rincari importanti sui mercati internazionali.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Come è noto, lo Stretto di Hormuz è il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico ai mercati globali. Attraverso questo stretto transitano:
- circa un terzo dell’urea mondiale;
- quasi la metà dei fertilizzanti azotati;
- quote rilevanti di fosfato di ammonio.
La crescente instabilità militare e i timori per la sicurezza delle navi stanno facendo lievitare:
- costi di trasporto;
- premi assicurativi;
- tempi di consegna.
Anche senza un blocco totale, questi fattori sono sufficienti per rallentare l’export e spingere verso l’alto le quotazioni.
Agricoltura sotto pressione
L’aumento dei fertilizzanti arriva in un momento delicato per l’agricoltura, soprattutto nell’emisfero nord, dove si avvicina il periodo delle semine primaverili.
Secondo le stime degli operatori del settore, i prezzi potrebbero crescere tra il 20% e il 30% nelle prossime settimane per i prodotti destinati alle semine estive.
Per gli agricoltori significa affrontare nuovi costi in una fase già caratterizzata da:
- rincari di gasolio e benzina;
- aumento dei trasporti;
- maggiore volatilità dei mercati agricoli.
Coldiretti sottolinea che una pressione eccessiva sui costi di produzione rischia di comprimere i margini delle aziende agricole.
Il rischio di raccolti più bassi
Un’altra conseguenza possibile è la riduzione dell’uso dei fertilizzanti. Quando i prezzi diventano troppo alti, alcuni agricoltori scelgono semplicemente di ridurne l’impiego per contenere i costi. Questo però può avere effetti diretti sulla produttività dei campi.
Meno fertilizzanti significa spesso:
- rese agricole più basse;
- raccolti meno abbondanti;
- maggiore volatilità dei prezzi agricoli.
Se il fenomeno dovesse diffondersi su larga scala, la produzione mondiale di cereali e altri prodotti agricoli potrebbe risentirne nella prossima stagione.
I Paesi del Golfo hanno esportato circa 50 miliardi di dollari di fertilizzanti azotati dal 2020. Tra i principali acquirenti figurano:
- India;
- Brasile;
- Stati Uniti;
- Turchia.
Ma la dipendenza dalle forniture della regione riguarda anche Paesi più fragili come:
- Bangladesh;
- Thailandia;
- Etiopia;
- Sud Africa.
Per queste economie, un aumento prolungato dei prezzi potrebbe rappresentare un serio problema per la sicurezza alimentare.
L’effetto sul carrello della spesa
Non è automatico che il rincaro dei fertilizzanti si traduca subito in prezzi più alti nei supermercati: la storia recente dimostra che la filiera alimentare reagisce con qualche mese di ritardo agli shock sui costi agricoli.
I fertilizzanti, insieme all’energia e ai trasporti, rappresentano infatti una parte importante dei costi di produzione di colture come:
- grano;
- mais;
- soia.
Se questi costi continuano a crescere, la pressione può trasferirsi gradualmente lungo tutta la filiera:
- produzione agricola;
- trasformazione alimentare;
- distribuzione;
- vendita al dettaglio.
Il risultato finale potrebbe essere un aumento dei prezzi di prodotti di largo consumo come pane, pasta, carne e latticini.