Quando si parla di “green job”, il quadro che emerge sembra semplice: il futuro del lavoro è verde, ecologico, sostenibile. In realtà, guardando i numeri con attenzione, la fotografia è molto più articolata e piena di doppi fondi.
Sì, i lavori legati alla sostenibilità stanno crescendo, ma uno studio di Science Direct rivela come siano retribuiti in modo disuguale. Sono inoltre più instabili di un lavoro non green.
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Quanti lavoratori sono impiegati nella green economy
Secondo i rapporti di GreenItaly e Unioncamere, oggi la transizione ecologica impiega circa 3,1 milioni di persone, pari al 13,4% degli occupati totali.
Nel corso del 2023, quasi 1,92 milioni di contratti attivati nel mercato italiano riguardavano posizioni con competenze relative alla sostenibilità ambientale. Oltre un terzo di tutti i nuovi contratti stipulati nell’anno. E la domanda non accenna a calare, per fortuna.
Sono state richieste competenze in sostenibilità ambientale in oltre il 79% dei contratti previsti nel 2023. Insomma, avere conoscenze da impiegare nello sviluppo più ecosostenibile di un’azienda non è un mero plus opzionale ma una condizione richiesta dal mercato in tantissimi settori, come mostra la carenza di operai nel settore edile.
Cosa si intende per green job
La definizione di “green job” non comprende solo le professioni ecologiche classiche come tecnici delle energie rinnovabili o specialisti in efficienza energetica, ma include anche professioni tradizionali che stanno rispondendo alle nuove esigenze di sostenibilità: da operai che imparano nuove tecniche di risparmio energetico a impiegati che gestiscono processi di economia circolare.
Proprio per questo, nel linguaggio tecnico si distingue tra:
- green jobs diretti, con ruoli con competenze ambientali intrinseche;
- professioni tradizionali che hanno introdotto competenze verdi;
- lavori che, pur non essendo verdi di per sé, vengono influenzati dall’aumento delle richieste di sostenibilità ambientale.
Alcuni green jobs pagano di più: +4% di salario medio
Secondo lo studio pubblicato su Journal of Cleaner Production, il mercato del lavoro verde ha un lato positivo: chi lavora in green jobs riceve mediamente uno stipendio maggiore rispetto ad altri lavoratori. Dopo aver tenuto conto di fattori come esperienza, tipo di contratto o ore lavorate, il vantaggio salariale è di circa 4% in più.
Se da un lato la sostenibilità paga di più, è solo una parte del quadro.
Disuguaglianze di genere ed etnia
Il lato critico emerge quando si analizzano meglio i dati dei “green job”. Lo stesso studio evidenzia che, nonostante il salario medio sia più alto, le disuguaglianze salariali persistono all’interno di questi stessi ruoli, soprattutto per genere ed etnia.
La ricerca mostra come le donne guadagnino circa il 12% in meno degli uomini che svolgono lavori verdi, che già sono retribuiti il 19% in più in altri settori. Parallelamente, dati dedicati al divario di genere nella “green economy” segnalano come in settori quali le energie rinnovabili, ad esempio, le donne dirigenti siano appena il 21%. La loro presenza complessiva rimane inferiore rispetto ad altri comparti. Eppure, gli stessi studi sottolineano come, in media, l’impatto e la velocità sotto una leadership femminile, in tema di sostenibilità ambientale, sia più alto del 27% rispetto a quello maschile.
Analogamente, lavoratori appartenenti a gruppi etnici minoritari tendono ad avere una retribuzione inferiore rispetto ai colleghi bianchi, ancora una volta evidenziando che un’azienda che ha a cuore non elimina le disparità strutturali del mercato del lavoro.
Cosa manca alle professioni green per essere appetibili nel mercato del lavoro
Un tema che emerge chiaramente dalle ricerche italiane e straniere è la mancanza di un segmento intermedio solido.
Se pensiamo al mercato del lavoro come a una scala, troviamo due categorie principali:
- profili altamente specializzati, costituito da ingegneri ambientali, project manager della sostenibilità, ben retribuiti e con contratti stabili;
- ruoli base, spesso temporanei e con condizioni contrattuali meno solide.
Tra queste due estremità, però, c’è un segmento intermedio sotto-sviluppato costituito da:
- tecnici green con competenze specifiche ma non da senior;
- posizioni con responsabilità crescenti ma non di leadership;
- profili che dovrebbero sostenere la crescita del settore ma che non trovano percorsi lavorativi stabili né un riconoscimento salarialmente competitivo.
In pratica, la transizione verde sta creando numerosi posti di lavoro, ma finora non è riuscita a costruire una vera e propria classe media verde.
Anche il lavoro verde deve essere più equo
La transizione ecologica sta mettendo le basi per un mercato del lavoro più sostenibile. I “green job” aumentano, le competenze richieste si diffondono e averne di spendibili nel settore della sostenibilità ambientale può significare avere una maggiorazione in busta paga.
Ma la sfida più grande resta far sì che queste opportunità siano reali e uguali per tutti, che il lavoro verde non sia sinonimo di precarietà, che le donne e le minoranze etniche non restino fuori dai ruoli chiave, che esista un segmento di professionisti con esperienza e stabilità che regga il sistema nel lungo periodo