Le partite Iva tornano a crescere in Italia, ma dietro l’aumento delle nuove aperture ci sono molti lavoratori solo formalmente autonomi, che nella realtà operano in condizioni più vicine a quelle di un dipendente. Del fenomeno delle false partite Iva si parla da tempo ormai, eppure in questi anni le diverse azioni di contrasto delle autorità italiane non sono riuscite ad arginarlo. I dati più recenti, infatti, confermano che si tratta di un problema ancora piuttosto diffuso.
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Partite Iva in crescita in Italia
Secondi i dati pubblicati dal dipartimento delle Finanze, nel secondo trimestre del 2026 in Italia sono state aperte 124.170 nuove partite Iva, in aumento del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste:
- il 68% sono persone fisiche, aumentate del 4,1%;
- il 25,7% società di capitali, aumentate del 6%;
- il 3,5% non residenti e altre forme giuridiche, in calo del 38,1%;
- il 2,7% società di persone, che registrano una diminuzione dell’1%.
A livello di distribuzione territoriale, invece:
- il 46% delle nuove posizioni si concentra al Nord;
- il 22% al Centro;
- il 31,4% al Sud e nelle Isole.
In generale, l’aumento delle partite Iva non può essere letto esclusivamente come un boom del lavoro freelance. Analizzando i dati relativi alle nuove aperture, infatti, convivono professionisti, lavoratori individuali, imprenditori e diverse forme societarie. In particolare, nel periodo di riferimento:
- tra le attività produttive, al primo posto ci sono le attività professionali, che rappresentano il 16,8% delle nuove aperture. Seguono commercio, con il 15,3%, e costruzioni, con il 9,4%;
- tra i principali comparti, gli aumenti più marcati riguardano sanità e assistenza sociale (+10,9%), attività finanziarie e assicurative (+9,7%) e attività tecnico-professionali (+8%). Il commercio registra invece una diminuzione del 13,6%, mentre alloggio e ristorazione scendono dell’1,1%.
Il profilo dei liberi professionisti
Filtrando per età i dati, tra le persone fisiche:
- il 50,4% delle nuove partite Iva è stato aperto da contribuenti fino a 35 anni. Questa è la fascia che cresce maggiormente rispetto al 2025, con un incremento del 7,7%;
- il 29,2% appartiene invece alla fascia compresa tra 36 e 50 anni. Soltanto quest’ultima classe anagrafica registra una lieve diminuzione, pari all’1%, mentre le altre fasce risultano in crescita.
Il fatto che più della metà delle nuove aperture siano riconducibili a under 35 conferma come spesso questa sia una soluzione che rappresenta per i giovani una modalità per costruire un’attività professionale autonoma, che tuttavia può anche diventare una soluzione adottata in assenza di alternative occupazionali. Ed è proprio qui che si inserisce il problema dei cosiddetti falsi autonomi.
Quante sono le false partite Iva in Italia
Ancora una volta, per spiegare l’evoluzione del fenomeno, ci aiutano i dati. Secondo un report dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), in Italia nel 2026:
- risultano circa 494 mila i lavoratori formalmente autonomi che, tuttavia, hanno un livello di indipendenza molto limitato nelle attività che svolgono;
- circa sei lavoratori su dieci dichiarano di avere aperto una posizione autonoma perché richiesto dal cliente oppure perché non avevano altre possibilità di impiego.
Rientrano nella categoria dei cosiddetti dependent contractor quelli che dipendono quasi esclusivamente da un committente dal punto di vista economico e non decidono liberamente tariffe, orari o strumenti da utilizzare. Nella pratica, quindi, il lavoro viene svolto con:
- turni imposti e obbligo di presenza quotidiana;
- direttive e controllo da parte del committente;
- utilizzo degli strumenti del committente.
Inoltre, in questi casi i compensi sono spesso determinati in funzione delle ore lavorate e c’è l’assenza di un effettivo rischio economico.
Ovviamente, non basta la presenza di uno solo di questi elementi per trasformare automaticamente una partita Iva in un rapporto subordinato. Avere un solo committente non significa automaticamente avere una falsa partita Iva. Un professionista può infatti scegliere legittimamente di lavorare prevalentemente o anche esclusivamente per un cliente, mantenendo comunque una reale autonomia organizzativa.
Il problema nasce quando alla concentrazione del fatturato si aggiungono altri elementi di dipendenza. Per esempio quando il cliente stabilisce quando lavorare, quali attività svolgere, con quali strumenti e secondo quali modalità, mentre il professionista ha scarsi margini per determinare prezzi, tempi e organizzazione della prestazione.
Le categorie più esposte
Secondo l’Inapp, i dependent contractor sono soprattutto giovani under 30 e lavorano frequentemente nei servizi, compresi call center, consegne, pulizie e servizi alle imprese. Si tratta di ambiti nei quali il rapporto con il committente può essere caratterizzato da una forte organizzazione del lavoro, pur in presenza di una forma contrattuale autonoma.
Tra i falsi autonomi, inoltre, 44% si colloca nelle fasce di reddito più basse e soltanto il 58,6% dichiara di sentirsi sicuro della propria posizione lavorativa.