Lavoro, per i giovani la tutela dei sindacati è fondamentale

il 69% dei lavoratori più giovani riconosce l'importanza della mediazione sindacale. Il 42% affronta criticità e problematiche nell’attuale contesto professionale

La tutela dei sindacati è fondamentale per la stragrande maggioranza dei giovani lavoratori (69%). Una cifra che sale al 71% tra le nuove professioni digitali e arriva al 75% tra gli under 25 e le donne. Quasi la metà dei giovani lavoratori (42%), infatti, denuncia di trovarsi ad affrontare criticità e problematiche nell’attuale contesto professionale (percentuale che sale al 55% proprio per i lavoratori digitali). È quanto emerge dal Rapporto realizzato dal Consiglio Nazionale del Giovani (CNG) in collaborazione con Eures dal titolo: “Nuove professioni e nuove marginalità. Opportunità, lavori e diritti per i giovani del terzo millennio”. Lo studio parte da un’analisi delle grandi trasformazioni dei processi produttivi degli ultimi anni, in particolare l’automazione e la digitalizzazione, che stanno profondamente ridisegnando il mercato del lavoro e la domanda di competenze.

Annunci e genere

Da un’analisi degli annunci di lavoro, emerge come il titolo o il testo declinino nella maggior parte dei casi al maschile il profilo richiesto, laddove per questo non sia utilizzato un termine anglofono (come “social manager” “web designer”, “promoter”) o ambigenere (“consulente” o “agente”). Più in particolare, il termine “addetto” è declinato al maschile nel 75% degli annunci (18 su 24), nel 21% dei casi, correttamente, è usata la doppia desinenza (“addetto/a”) e in un solo caso è presente soltanto al femminile (“addetta”). Analoga la situazione per gli annunci per “operatore”, “tecnico” e “venditore”.

Questione salariale: il 46% pensa di ricevere una retribuzione inadeguata

Dallo studio si rileva, poi, che se oltre la metà dei lavoratori (54%) ritiene di essere pagato in misura complessivamente consona rispetto al lavoro svolto, una percentuale di poco inferiore (46%) esprime l’opinione contraria, ritenendo di ricevere una retribuzione inadeguata. Se infatti circa un giovane lavoratore su due (48%) percepisce una retribuzione fissa mensile, nella maggior parte dei casi si tratta di compensi in tutto o in parte variabili, che difficilmente possono sostenere la costruzione di progetti di vita o investimenti a medio-lungo termine. Le maggiori criticità si registrano, in particolare, tra i giovani lavoratori delle professioni digitali, tra i quali è maggioritaria la denuncia di un lavoro “sottopagato” (52%) mentre, sul fronte opposto, è “soltanto” il 37% dei lavoratori “qualificati” del terziario a condividere tale giudizio. Per poco più di quattro giovani intervistati su dieci (43%), infatti, la retribuzione mensile è inferiore a 1.000 euro, solo un terzo dei giovani (33%) riceve una retribuzione più dignitosa, compresa cioè tra 1.000 e 1.500 euro, mentre meno di uno su quattro (il 24%) supera i 1.500 euro netti mensili.

Nuove professioni e vulnerabilità a lavoro

“Le nuove professioni hanno aperto a vecchie e nuove marginalità che colpiscono soprattutto i giovani e, tra questi, le donne che rappresentano una componente particolarmente vulnerabile dell’offerta di lavoro”, ha dichiarato Maria Cristina Pisani, presidente del CNG. “I dati indicano, infatti, come in Italia tra gli under 35 solo il 32% gode di un contratto ‘stabile’, mentre il restante vive di lavoro precario che non permette la propria realizzazione personale e professionale e non conduce verso una vita autonoma. Un dramma che colpisce le nuove generazioni, sia a causa di retribuzioni mediamente più basse rispetto a quelle degli over 35, sia per l’indice di occupazione pari al 41% contro il 58% complessivo e l’indice di disoccupazione che raggiunge il 18% contro il 9,5% della media europea. E ancora una volta, le donne sono le più colpite, costrette a fare i conti con la discriminazione di genere sin da subito, negli annunci di lavoro, in cui la declinazione al femminile non viene quasi mai utilizzata, se non per mansioni come segretaria, a dispetto della legge 903/77 che vieta qualsiasi forma di discriminazione nell’accesso al lavoro anche nei requisiti di preselezione. È per questo indispensabile mettere in campo tutti gli strumenti necessari per invertire questa tendenza.”