Secondo l’ultimo report di Sviluppo Lavoro Italia, nelle coppie con un solo percettore di reddito da lavoro, nell’85% dei casi è l’uomo a essere occupato. Eppure dentro questo quadro ancora sbilanciato emerge un dato che riscrive alcune narrazioni pessimistiche: il titolo di studio si conferma come uno dei principali fattori di emancipazione economica femminile. Tra le donne laureate, la quota di occupate raggiunge l’84,5%, mentre lavorano meno di 4 donne su 10 tra quelle che hanno al massimo la licenza media.
È una forbice netta, che racconta quanto l’istruzione rappresenti una leva per l’accesso al lavoro, la stabilità occupazionale e l’autonomia economica delle donne.
Indice
L’istruzione come fattore di emancipazione economica
In Italia il mercato del lavoro continua a essere attraversato da squilibri strutturali di genere, che resistono nonostante la ripresa occupazionale degli ultimi anni. Le dinamiche familiari e lavorative restano fortemente segnate da un modello tradizionale in cui il reddito principale è ancora, nella maggioranza dei casi, quello maschile.
Il dato sull’84,5% di occupazione tra le laureate è un indicatore strutturale. Significa che il capitale umano, inteso come insieme di titoli, competenze e formazione continua, funziona oggi come vero e proprio moltiplicatore di opportunità. Al contrario, la bassa scolarizzazione resta una delle principali trappole della marginalità lavorativa femminile.
Le donne restano sotto la media occupazionale generale
Pur con un lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti, il tasso di occupazione femminile in Italia continua comunque a rimanere inferiore a quello maschile e alla media europea. Secondo gli ultimi dati Istat, la quota di donne occupate si attesta poco sopra il 53%, a fronte di oltre il 70% per gli uomini.
Inoltre, il Paese si conferma stabilmente ai vertici delle classifiche europee per il minor coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro.
Una costante delle analisi Eurostat negli ultimi anni (biennio 2024-2025) è infatti il persistente distacco rispetto agli altri stati Ue, dove i tassi di partecipazione e di occupazione femminile sono sempre più alti.
Anche secondo le stime della World Bank la partecipazione delle donne italiane alla forza lavoro si aggira intorno al 41,3%, mentre quella maschile supera di gran lunga questo livello.
Più giovani occupati: segnali positivi
Sul fronte giovanile emergono segnali incoraggianti. Dai dati di Sviluppo Lavoro Italia emerge che nel 2024 sono circa 1,4 milioni le famiglie con almeno un giovane tra i 15 e i 29 anni in condizione di fragilità (Neet, che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione), pari a poco meno del 22% dei nuclei con giovani. Nel 2021 erano circa 2 milioni, con un’incidenza del 30,8%.
Inoltre, nel periodo 2021-2024 si consolida la ripresa occupazionale. I nuclei con almeno un componente occupato aumentano da 15 a 15,5 milioni (+2,9%), mentre le famiglie italiane senza occupati diminuiscono di circa 685 mila unità (-17,8%). Crescono in modo significativo i nuclei con due o più occupati, segnale di un rafforzamento della capacità reddituale delle famiglie.
Gap di genere e disuguaglianze salariali
I divari non si limitano al semplice accesso al lavoro, ma persistono anche nelle retribuzioni e nelle pensioni.
Secondo l’Osservatorio JobPricing, il gender pay gap in Italia, seppur lievemente in diminuzione, resta significativo, con le donne che in media guadagnano meno rispetto agli uomini.
Nel settore privato, infatti, la differenza sulla retribuzione annuale lorda si attesta attorno tra il 7,2% e l’8,6%, ma quando si considerano componenti variabili come bonus e incentivi la distanza aumenta fino al 27,4%.